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Sant’Antonio si procura il fuoco per gli uomini

Il 17 gennaio si celebra Sant’Antonio abate (http://www.santiebeati.it/dettaglio/22300), patrono degli animali domestici.
In onore del santo eremita, che nell’iconografia classica (http://www.youtube.com/watch?v=YH55KO9O3KM) è generalmente raffigurato con un maialino ai piedi, in diversi luoghi d’Italia si accendono grandi falò.
L’usanza si riallaccia a una leggenda (riportata anche nella raccolta Fiabe Italiane di Italo Calvino), secondo la quale il santo si sarebbe recato all’Inferno a prendere il fuoco da donare agli uomini.

Anch’io ho voluto raccontare la vicenda!

Sant'Antonio

                                       Sant’Antonio si procura il fuoco per gli uomini
Antonio si alzò all’alba, con l’intenzione di aiutare gli uomini che quel fine settimana erano venuti ad incontrarlo presso la grotta.
Nel mondo mancava il fuoco e gli uomini, intirizziti dal freddo, si erano rivolti a lui e lo avevano supplicato di procurarne almeno una scintilla per ciascuno o anche una fiammella sola (se proprio non riusciva a fare di meglio!), ché tanto ci avrebbero pensato loro a spartirselo.
Per prima cosa Antonio svegliò l’inseparabile maiale con il quale condivideva una vita di solitudine:
«Maialino, amico mio… lesto alzati, non restare qui a poltrire!
È già ora, il sole sorge. Prepariamoci a partire!»
L’animale, che dormiva come un ghiro nell’angolo meglio riparato della grotta, con un ronfo si girò dall’altra parte, cosicché Antonio fu costretto a scrollarlo.«
Maialinooo, non mi senti?

Sono già le cinque e venti!
»
gridò più forte. «Con l’aiuto del buon Dio, dobbiam correre all’Inferno: troveremo lì del fuoco da donare ai miei fratelli.
Ma ci pensi ai poverini? Hanno freddo, sono al buio… mangian crudo: non accendono i fornelli!
»
La parola fornelli sortì un effetto immediato. Maialino – che insieme a un formidabile appetito aveva anche un desiderio, quello di diventare un cuoco famoso (già si vedeva con tanto di cappello  e di grembiule inamidati!) – spalancò gli occhietti celestini, si rizzò sulle quattro zampe e grugnì:
«Oink, oink, se l’Inferno è il solo luogo dove usano del fuoco,
per te che sei un santo e per me che ti sto accanto prenderne un po’ sarà un gioco! 

Ebbene, perché non ci sbrighiamo, caro Antonio?

Con l’aiuto del buon Dio, raggiungiamo la casa del demonio!»

Detto fatto, Maialino si pettinò il ciuffo, come faceva sempre quando andava a passeggio, Antonio prese il suo bastone e, insieme, i due si incamminarono in direzione dell’Inferno.
Cammina, cammina, cammina
(e con l’aiuto del buon Dio!) Antonio e il maiale arrivarono ben presto alla porta dell’Inferno, dietro la quale stava di guardia una diavolessa baffuta che puzzava…di zolfo (e di che altro dovrebbero puzzare i diavoli?)
La porta era chiusa, così Antonio bussò.
«Ehi, di casa!» chiamò. «Fuori si gela, ci fate entrare?
Siamo in due, ci vogliamo riscaldare!
»
Sbirciando dallo spioncino, la diavolessa aveva riconosciuto il santo. Così socchiuse la porta e rispose:
«All’Inferno non c’è posto per sant’Antonio, l’eremita!
Come hai osato farti avanti? Mi credi forse rimbambita?
»
Quindi, adocchiando il maialino e pensando che avrebbe potuto nasconderlo e poi cucinarlo a puntino per sgranocchiarselo in santa pace, aggiunse:
«Il porcello invece sì, quello posso farlo entrare…
dargli un bel lasciapassare.

Vieni dentro, maialetto,

va’ a infilarti sotto il mio letto!»

Maialino non si fece ripetere l’invito. Strizzò l’occhietto a sant’Antonio e s’intrufolò nell’Inferno attraverso la porta socchiusa. Una volta dentro, non solo non si rifugiò sotto il letto della diavolessa portinaia, ma cominciò a scorrazzare per ogni stanzone, su e giù per le scale, persino nell’ascensore che portava ai piani più bassi. E ovunque creava scompiglio, distruggeva ogni cosa. Soprattutto in cucina, dove tra tegami scoperchiati, piatti rotti, boccali rovesciati, mestoloni e tridenti buttati per aria, dimostrò che nessun diavolo sarebbe riuscito facilmente ad acciuffarlo e tantomeno a metterlo in pentola.
Quando non ci fu neppure un angolino dell’Inferno che il porcellino non avesse messo a soqquadro, Barbarossa, il capo dei diavoli, ordinò alla diavolessa portinaia di richiamare il santo e di farlo pure entrare (alla faccia di tutte le regole dell’Inferno!)… che venisse a riprenderselo di persona il suo porcello, perché lui non ne poteva più di quel macello!
Così anche Antonio varcò la soglia dell’Inferno e, dopo che ebbe quietato il porcellino con un semplice tocco del bastone, finse di voler approfittare, almeno per un momento, di quel  bel calduccio infernale.
«Prima di tornarcene a casa io e Maialino ci fermiamo a riscaldar le ossa.
Tu lo permetti, vero, diavolo Barbarossa?
» domandò infatti al diavolo capo.
Con un’alzata di spalle Barbarossa acconsentì alla richiesta e tornò alle proprie faccende.
Allora Antonio si sedette sopra un sacco di cenere posto all’ingresso di un lungo corridoio di passaggio e, via via che un diavolo passava,  pum!…giù una bastonata sul groppone a  uno, giù una botta secca sulla zucca vuota all’altro. Per non parlare degli sgambetti, che col bastone riuscivano particolarmente bene!
La cosa andò avanti per un po’, finché un diavolo infuriato (a lui erano toccati tutti e tre i trattamenti: bastonata sul groppone, bastonata sulla zucca vuota e sgambetto) strappò il bastone delle mani del santo e lo gettò con la punta tra le fiamme di un falò.
Tanto bastò, perché il maialino, che fino a un attimo prima era rimasto accucciato ai piedi del santo, ricominciasse a correre di qua e di là,  scombinando la legna accatastata, soffocando le torce accese, spuntando i forconi.
«Oh, si sta agitando ancora, lo devo calmare!» esclamò Antonio, con l’aria più serafica di questa terra. «Ma senza bastone come lo posso fermare?»
Ormai fuori di sé per la rabbia, Barbarossa recuperò il bastone dalle fiamme e lo riconsegnò al legittimo proprietario.
Dopodiché, non prima che Antonio avesse toccato nuovamente col bastone il suo maiale, ringhiò furibondo:
«Grrr, lo hai calmato finalmente
questo porcello impertinente!

Ah, per le corna di Belzebù,

non intendo ospitarvi un minuto di più!

«Pustola, Zampastorta…
» tuonò quindi, in direzione di due piccoli diavoli, il cui aspetto corrispondeva alla perfezione al loro nome, «accompagnate costoro fuori da casa mia 
e assicuratevi che non ritrovino più la via!
»
Con grande sollievo di tutti i diavoli (ad eccezione forse della diavolessa portinaia, che era rimasta a bocca asciutta), Antonio e il maialino interruppero così il loro soggiorno all’Inferno… non senza aver ottenuto ciò che il santo voleva, però. Infatti, all’insaputa di Barbarossa e dei suoi sottoposti, Antonio un po’ di fuoco riuscì a portarselo via. Dove? Dentro la punta del suo bastone! Insomma, il fuoco rubato era la scintilla appiccata al bastone quando uno dei diavoli aveva tentato di incendiarlo, che ora ardeva vivace seppure invisibile.
Grazie a quell’unica scintilla, sant’Antonio alimentò e propagò sulla terra il fuoco, dono prezioso e indispensabile per gli uomini.

Con la scoperta del fuoco Maialino riuscì ad esaudire il desiderio di diventare cuoco?
Chissà…Forse sì, forse no. Ma questa è un’altra storia.

Graziosa e la strega freddolosa.

Gennaio mi richiama alla mente il personaggio della strega Gennarina (oltre che di una lontana prozia). Ecco la sua storia!

GRAZIOSA E LA STREGA FREDDOLOSA

Questa è la storia vera di Graziosa (la zia del mio papà) e Gennarina, che vivevano in un paesino ai piedi della montagna.
Graziosa era una bimba come tante, con la passione per il cucito. Passava le giornate a infilzare straccetti per la sua bambola di pezza, sognando il giorno in cui avrebbe incontrato una grande signora. Allora sì, pensava, avrebbe cucito degli abiti eleganti!
Gennarina era una strega e, proprio per questo motivo, val forse la pena di soffermarci più a lungo sul suo conto.
La strega Gennarina abitava in una casa umida e buia, con la sola compagnia della gallina Filomena. Di buon mattino usciva per attingere l’acqua dal pozzo e per andar nei boschi in cerca di erbe.
«Brr, che freddo!» si lamentava, non appena metteva il naso fuori dall’uscio.
E siccome lo ripeteva ogni giorno, sia che facesse veramente freddo, sia che facesse un caldo da spaccar le pietre, l’avevano soprannominata la strega freddolosa.
La chiamavano in questo modo anche perché, sia d’inverno che d’estate, Gennarina era sempre infagottata in un cappottaccio nero.
«Dagli alla strega freddolosa!» gridavano i monelli, quando la vedevano comparire tutta curva e nera come un corvo. Poi però correvano a rimpiattarsi mentre Gennarina agitando il pugno rinsecchito, urlava:
«Ah, ma se vi acchiappo!»
«Qui ci vuole la strega freddolosa!» dicevano le donne, se una mucca non dava abbastanza latte o se i polli prendevano la pipita.
E avevano ragione, in quanto Gennarina conosceva le proprietà di tutte le erbe.
Così, un po’ intimorite, le massaie andavano a bussare alla sua porta e Gennarina le riceveva brusca, borbottando:
«Prima o dopo vi faccio comodo, eh?»
Ma poi, in cambio di un pezzo di cacio, di un fiasco d’olio o di un sacco di carbone, la strega si metteva all’opera.
Allora in men che non si dica preparava filtri, decotti, infusi e impiastri in grado di guarire uomini e animali da molte malattie.
Non solo. La strega Gennarina sapeva anche aggiustare le ossa e togliere i vermi. Sapeva prevedere il futuro, leggendolo nei gusci delle uova scodellate da Filomena, e c’era persino chi giurava fosse capace di far piovere e di far tornare il sereno a suo piacere.
La strega freddolosa non era proprio cattiva, purché non la si facesse arrabbiare. In tal caso erano guai seri: si rischiava di perdere tutti i denti, com’era capitato ai figli del mugnaio.
Erano questi quattro birbe matricolate, che rubavano qualsiasi cosa capitasse loro a portata di mano. Molti in paese li sospettavano, ma poiché non si erano mai fatti cogliere con le mani nel sacco, era impossibile accusarli. Finché una notte i quattro furfanti decisero di far la festa a Filomena. Stavano già per tirarle il collo, quando Gennarina, sbucata dal buio, piombò alle loro spalle agile come un gatto.
«Fermi lì! E posate subito la mia gallina!»
I quattro fratelli paralizzati dalla paura obbedirono subito, mentre la strega non la smetteva di gridare:
«Volevate mettervela sotto i denti, vero? Adesso vi aggiusto io!»
Ciò che avvenne in seguito è cosa da far accapponare la pelle. La strega fissò i figli del mugnaio con lo sguardo di ghiaccio e sbottonandosi il cappottaccio nero proferì:

«Lesta lesta mi sbottono
Voglio farvi questo dono:
poiché fate i delinquenti,
vi cadranno tutti i denti!»

Così in quattro e quattr’otto, quattro giovani dal sorriso smagliante si ritrovarono con la bocca completamente sdentata come quattro neonati.
Lo avrete capito tutti: il cappotto di Gennarina non serviva solo a ripararla dal freddo. Era un cappotto magico il quale, stando a quanto dicevano in paese, le permetteva addirittura di volare.
Un vecchio, che una notte vagava per le vie deserte, sosteneva infatti di aver sorpreso Gennarina librarsi nell’aria.
«Ve lo giuro!» raccontava a quanti gli offrivano un bicchiere di vino. «L’ho vista aprire le braccia e spiccare il volo simile a un uccello. È successo all’improvviso, dopo che la strega si è toccata i bottoni del cappotto e ha pronunciato con una voce da raggelare il sangue:

Lesta lesta mi sbottono.
Voglio farmi questo dono:
anziché mettermi a letto,
volo a farmi un bel giretto!»

Nessuno aveva messo in dubbio le parole del vecchio. D’altra parte Gennarina era considerata una strega e dove sta scritto che le streghe volano solo a cavalcioni di una scopa?
Ma torniamo alla piccola Graziosa e al giorno in cui lei e la strega freddolosa si incontrarono faccia a faccia.
Graziosa se ne stava seduta sul ciglio della strada a infilare l’ago, quand’ecco passare la strega. Rincorreva un bottone del suo cappotto che, abbottona e sbottona, alla fine si era staccato.
Rotola, rotola, il bottone a un certo punto doveva essere scomparso. Infatti Gennarina si era messa a rovistare nel terriccio lamentandosi:
«Dove mai sarà finito?»
Graziosa si era fatta di pietra.
“Ora mi trasforma in un rospo o in qualche altro animalaccio” pensava tra sé.
Gennarina, accorgendosi della bambina che la fissava immobile trattenendo il respiro, alzò il capo e la rimbrottò:
«E tu cos’hai da guardare? Perché piuttosto non mi aiuti a cercare il mio bottone?»
Graziosa non se lo fece ripetere, si mise a cercare e, quando fu ormai chiaro che il bottone si era perso, disse alla strega.
«Se vuoi, posso darti uno dei miei!»
Gennarina la scrutò perplessa, perché raramente le era capitato di ricevere un regalo da qualcuno. Ma la bimba non si lasciò intimidire dal suo sguardo: estrasse dalla tasca una scatolina contenete stoffe, nastrini e bottoni, l’aprì e gliela porse.
La strega esitò. Infine si decise a prendere un bel bottone giallo, dal momento che di neri non ce n’erano
«Bello! Hai scelto il colore del sole» esclamò Graziosa.
Gennarina, per la verità un po’ imbarazzata, farfugliò una specie di grazie. Poi borbottò:
«Però ora come lo attacco? Io non so cucire!»
«Se è per questo, posso pensarci io!» ribadì Graziosa, meravigliata che la strega non si servisse della sua magia.
In tal modo nacque l’amicizia tra Graziosa e la strega freddolosa.
Nei giorni seguenti Gennarina andò a cercare la bimba del bottone giallo. E, avendo perso anche gli altri bottoni neri, se ne fece attaccare di nuovi: prima uno verde come l’erba, poi uno azzurro come il cielo, infine uno rosso come il fuoco. In cambio portava alla sua nuova amica delle crostate alla frutta e le spiegava come far passare il mal di pancia con il rosolaccio e come curare le punture delle vespe con il prezzemolo.
Graziosa, da parte sua, era curiosa di sapere se il cappotto con quei nuovi bottoni colorati possedesse sempre i suoi sinistri poteri. Più di una volta fu sul punto di chiedere a Gennarina:
«Dimmi, puoi ancora gettare il malocchio, sbottonandoti il cappotto? E volare? Riesci ancora a volare?»
Ma si fermò sempre per paura di offenderla e perché, conoscendola meglio, non era più tanto sicura che fosse una strega per davvero.
Col tempo anzi convinse gli altri bambini del paese a prendere confidenza con Gennarina.
Così durante la festa del santo patrono accadde qualcosa di veramente straordinario. La strega, che non metteva più piede in chiesa da molti anni, si presentò alla messa. Poi si unì ai compaesani per bere sidro e mangiare focaccia dolce sulla piazza principale.
Solo quando Gennarina si mise a fare il girotondo insieme a tutti i bambini, Graziosa pensò che da un po’ di tempo la strega freddolosa non si lamentava più per il freddo.
Già..Il calore dell’amicizia le aveva riscaldato il cuore!

Graziosa

Testo di Rosalia Mariani, tratto da “E per compito una fiaba“, di Bellavite Editore. Illustrazione di Mariadele Grassi

Non solo con gli stivali!

Immagine

Illustrazione di Silvana Cianciolo

Stavolta è di scena Il gatto con gli stivali, la celebre fiaba di C. Perrault, grazie alla quale il bambino acquisisce la speranza che anche i più umili possano riuscire nella vita, sormontandone tutte le difficoltà (1).
Il messaggio della fiaba – dove il gatto rappresenta l’alter-ego attivo del figlio del mugnaio, di cui impersonifica l’ambizione, il coraggio e la spavalderia (2) – è dunque la fiducia nella propria autorealizzazione.
Che altro dire per introdurre questo percorso di lettura, rivolto ai bambini delle classi 1a e 2a della scuola Primaria?
Animale dal simbolismo ambivalente (considerato alla stregua di una divinità presso l’antico Egitto, era associato alla stregoneria durante il Medioevo), il gatto è un aiutante piuttosto insolito che, nella fiaba in questione, non si serve di un oggetto magico, bensì di un oggetto, contrassegno di un determinato status sociale. Gli stivali del gatto sono infatti le calzature che assimilano l’animale a un cavaliere e che gli permettono di essere accolto alla corte del re.

Parole in pratica
Leggendo la fiaba (e animandola grazie all’utilizzo di alcuni burattini), mi soffermo proprio sull’oggetto-stivali che definisce il personaggio-gatto e invito i bambini a considerare la differenza con altre calzature fiabesche, come gli stivali delle sette leghe (nella fiaba Pollicino), un tipico oggetto magico, o la scarpetta di Cenerentola.
Aiutandoli a riflettere sul ruolo del gatto nella fiaba e su quello che questo aiutante rappresenta per il giovane protagonista, pongo la domanda:
Se tu avessi un gatto come “Il gatto con gli stivali”, quale tipo di scarpe gli faresti indossare?

Le risposte variano a seconda delle aspirazioni personali. Molti maschietti, che ambiscono a saper giocare bene a calcio, dichiarano che al loro gatto infilerebbero sicuramente delle scarpe da calciatore. Alcune bambine optano per le scarpine da danza, per i pattini a rotelle, per gli stivaletti da cavallerizza.
Damiano (7 anni) risponde: «Siccome sono stanco di stare fuori casa tutto il giorno, il mio gatto vorrei che calzasse le mie ciabattine di panno, che hanno gli occhi e la bocca».

A proposito di scarpe, consegno ai bambini un brano da leggere tutti insieme, dal titolo Ogni mese ha le sue scarpe.

Ogni mese ha le sue scarpe

Gennaio indossa un paio di scarponcini da montagna.
Febbraio ha due scarpe grosse da pagliaccio.
Marzo pazzerello porta una scarpa diversa dall’altra.
Aprile calza stivaletti per la pioggia.
Le scarpe di Maggio sono quelle della mamma: fiorate e con i tacchi a spillo.
Giugno indossa delle scarpine di tela, leggere leggere.
Luglio ha un paio di sandali di cuoio.
Agosto, se non va a piedi nudi, porta le ciabattine infradito.
Settembre calza scarpe da ginnastica col velcro.
Ottobre ha scarpe con la suola di gomma: a saltarci rimbalzano come molle.
Novembre si infila le pantofole del nonno.
Dicembre porta un paio di stivaloni rossi…identici a quelli di Babbo Natale!
(da: Mirtilla 1- Corso di letture e di educazione linguistica per la Scuola Primaria, di L. Meda e R. Mariani, Ed. La Spiga, 2004)

Il brano stimola i bambini ad elaborare delle brevi sequenze narrative, in cui il personaggio gatto sia inserito in un contesto temporale definito, connotato dall’elemento scarpe…come nei due esempi riportati.

Gaetano (8 anni). C’era una volta a Febbraio un gatto, che, siccome era andato a lavorare in un circo, si comprò un paio di scarpe da pagliaccio.

Karina (7 anni). C’era una volta a Dicembre un gatto, che voleva diventare l’aiutante di Babbo Natale. Così si infilò degli stivaloni rossi e saltò in groppa ad una delle renne che guidavano la slitta, miagolando: «Muoviamoci! Tutti i bambini del mondo aspettano un dono».

In prossimità del Natale, si può far disegnare tutta la serie dei gatti con le scarpe del mese, così da ottenere dodici tavole con cui assemblare un calendario.


ScarpeTre esempi di calzatura scaricati da Google: dopo averle ritagliate e incollate su un foglio A4 o su un cartoncino delle stesse dimensioni, i bambini possono partire da queste immagini e completarle per disegnare il gatto del mese.

Per questo tipo di percorso ogni bambino dispone quindi di:
– 12 fogli A4, bianchi o colorati (oppure 12 cartoncini)
– matita, penna, pastelli e/o pennarelli
– forbici
– colla
– immagini di calzature, secondo le indicazioni del testo Ogni mese ha le sue scarpe.

Il gatto con…

In un secondo incontro, chiedo ai bambini di associare al personaggio-gatto altri accessori, diversi dalle scarpe, in modo da inventare altrettanti titoli sul modello di quello della fiaba classica.
Come esempio propongo il titolo Il gatto col cappello, da un romanzo del Dr. Seuss.

4  illustrazione di Theodor Seuss Geisel, in arte Dr. Seuss

Ecco la lista di accessori emersa durante l’incontro: pinne, occhiali, valigia, pattini a rotelle, ombrello, lancia e scudo, arco con le frecce, tromba, bacchetta magica, scopa volante, telescopio, benda sull’occhio e uncino, maschera di Zorro, pennello, corona, mantello, stella da sceriffo
Dopo aver inventato il titolo della fiaba in base all’accessorio scelto (o sorteggiato) e disegnato il gatto corrispondente, ogni bambino comincia a raccontare, partendo da queste domande:
Dove va un gatto provvisto di…(ad esempio un paio di pinne)? • Che cosa fa? • Chi incontra?

TEMPO LIB(E)RO

1) Il mondo incantato, di Bruno Bettelheim, analizza in chiave psicoanalitica numerose fiabe del repertorio tradizionale, fornendo intuizioni acute e suggestive. Ma soprattutto rivaluta le fiabe, per la loro qualità di rispecchiare la visione magica e “animistica” che il bambino ha delle cose e perché esorcizzano incubi sepolti nell’inconscio, placano inquietudini, aiutano a superare insicurezze e crisi esistenziali, servendosi  di un linguaggio simbolico pienamente recepibile dal bambino a livello profondo. (Feltrinelli, 2013)

2) Itinerari nella fiaba, a cura di Franco Cambi, offre una rilettura di sintesi (ma anche analitica: di autori, di testi, di temi) dell’universo della fiaba d’autore e non, che cerca di condensarne l’immagine soprattutto moderna e di riconfermarne la valenza ancora autenticamente formativa. (Edizioni ETS, 2000)