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I pastelli grigi di Streghetta

I pastelli grigi di Streghetta

Streghetta fissò i pastelli grigi nuovi di zecca, allineati nell’astuccio, e scosse la testa.
«Sei proprio sicura che non si possano aggiungere dei pastelli di un altro colore?» chiese alla mamma, mentre richiudeva l’astuccio. «In fondo mi accontenterei di un rosso e di un bel verde brillante».
«No, Streghetta! La regola della scuola parla chiaro: non sono ammessi altri colori, fuorché il grigio» rispose la mamma.
«Ma scusa, mammina! Che razza di regola è questa? E poi lo sai che io adoro i papaveri. Come li coloro i papaveri, se non ho i pastelli rosso e verde?»
La mamma smise di lucidare il manico della sua scopa volante e afferrò Streghetta per un braccio.
«Ascoltami bene!» ordinò con un tono di voce, che non ammetteva repliche. «Stai per frequentare la migliore scuola per streghe che esista. Hai forse intenzione di finire nei guai per due stupidi pastelli?»
«Oh no che non voglio! È solo che a me il colore grigio non piace neanche un po’».
«E allora vedi di fartelo piacere! Anche perché ormai stai diventando grande ed è tempo che tu impari una cosa: le streghe, quelle autentiche, vedono tutto il mondo colorato di grigio!»
Prima che Streghetta potesse ribattere, la mamma la issò a cavallo della scopa.
«È ora di andare adesso!» annunciò severa, mentre prendeva posto vicino alla figlia e indirizzava la scopa verso la finestra aperta. «A meno che tu non voglia arrivare in ritardo già il primo giorno di scuola, sarà meglio che ci sbrighiamo».
La scuola per streghe non poteva essere che grigia. Grigie erano le pareti, grigio il pavimento, grigi persino i banchi e le sedie. Era grigia anche la maestra: una vecchia strega sdentata, con una orribile verruca sul naso e un paio d’occhietti miopi, che si intravedevano appena dietro le lenti affumicate degli occhiali.
«La formula magica che imparerete oggi, ve la insegnerò più tardi. Intanto vorrei vedere come ve la cavate con i vostri pastelli» disse la maestra, subito dopo aver fatto l’appello. «Avanti. signorine! Perché non mi disegnate qualcosa di grigio?»
Venticinque piccole streghe si misero immediatamente all’opera e ben presto la classe fu invasa da una fitta nebbia grigia, perché era proprio la nebbia ciò che la maggior parte delle streghe aveva disegnato.
Soltanto Streghetta era rimasta indietro ed ora osservava i suoi pastelli nuovi, che erano tutti della stessa tonalità di grigio.
“Se almeno ci fosse un grigio più chiaro e uno più scuro… invece questi pastelli sono tutti uguali!” pensava perplessa, senza decidersi ad iniziare il disegno. “A meno che… ci sono! Darò a ciascun grigio un nome diverso!”
Soddisfatta dell’idea che aveva avuto, Streghetta prese i pastelli ad uno ad uno e, rigirandoseli tra le dita, bisbigliò: «Questo, per esempio, potrebbe essere un grigio-elefante. Quest’altro invece è un grigio-delfino. Riguardo a questo qui… sì, non ci sono dubbi: si tratta di un grigio-topo!»
Detto fatto, Streghetta disegnò un elefante e disegnò un delfino. Poi, quando li ebbe colorati per bene, completò il disegno aggiungendovi un topo campagnolo. Disegnò cioè le uniche cose che si potevano colorare con un pastello grigio-elefante, con un pastello grigio-delfino e con uno grigio-topo.
«Beh, nonostante siate grigi e a me il grigio non piaccia, siete sempre meglio della nebbia!» si consolò, non appena l’elefantino, il delfino, il topo presero vita come già era avvenuto per i nuvoloni di nebbia grigia disegnati dalle compagne. «Ehi! Ma che cosa fate adesso?»
Streghetta non credeva ai propri occhi.
All’improvviso ciascuno dei tre animaletti era salito in groppa ad un pastello grigio, che ora volava per la classe diffondendo attorno a sé una scia di colori.
Così il pastello grigio-elefante, cavalcato dall’elefantino, colorò il soffitto e le pareti con i gialli e i verdi della savana in cui vivono per l’appunto gli elefanti, mentre il pastello grigio-delfino lasciò le tracce dei colori del mare: blu, azzurro, turchese.
Solamente il pastello grigio-topo rimase immobile per un attimo, sospeso nell’aria. Quando però partì a razzoi con a bordo il suo topolino campagnolo, Streghetta fece una capriola per la contentezza: grazie al pastello stava fiorendo qua e là, tra le macchie degli altri colori, il rosso acceso dei papaveri che sono appena sbocciati!

 pastelli

Graziosa e la strega freddolosa.

Gennaio mi richiama alla mente il personaggio della strega Gennarina (oltre che di una lontana prozia). Ecco la sua storia!

GRAZIOSA E LA STREGA FREDDOLOSA

Questa è la storia vera di Graziosa (la zia del mio papà) e Gennarina, che vivevano in un paesino ai piedi della montagna.
Graziosa era una bimba come tante, con la passione per il cucito. Passava le giornate a infilzare straccetti per la sua bambola di pezza, sognando il giorno in cui avrebbe incontrato una grande signora. Allora sì, pensava, avrebbe cucito degli abiti eleganti!
Gennarina era una strega e, proprio per questo motivo, val forse la pena di soffermarci più a lungo sul suo conto.
La strega Gennarina abitava in una casa umida e buia, con la sola compagnia della gallina Filomena. Di buon mattino usciva per attingere l’acqua dal pozzo e per andar nei boschi in cerca di erbe.
«Brr, che freddo!» si lamentava, non appena metteva il naso fuori dall’uscio.
E siccome lo ripeteva ogni giorno, sia che facesse veramente freddo, sia che facesse un caldo da spaccar le pietre, l’avevano soprannominata la strega freddolosa.
La chiamavano in questo modo anche perché, sia d’inverno che d’estate, Gennarina era sempre infagottata in un cappottaccio nero.
«Dagli alla strega freddolosa!» gridavano i monelli, quando la vedevano comparire tutta curva e nera come un corvo. Poi però correvano a rimpiattarsi mentre Gennarina agitando il pugno rinsecchito, urlava:
«Ah, ma se vi acchiappo!»
«Qui ci vuole la strega freddolosa!» dicevano le donne, se una mucca non dava abbastanza latte o se i polli prendevano la pipita.
E avevano ragione, in quanto Gennarina conosceva le proprietà di tutte le erbe.
Così, un po’ intimorite, le massaie andavano a bussare alla sua porta e Gennarina le riceveva brusca, borbottando:
«Prima o dopo vi faccio comodo, eh?»
Ma poi, in cambio di un pezzo di cacio, di un fiasco d’olio o di un sacco di carbone, la strega si metteva all’opera.
Allora in men che non si dica preparava filtri, decotti, infusi e impiastri in grado di guarire uomini e animali da molte malattie.
Non solo. La strega Gennarina sapeva anche aggiustare le ossa e togliere i vermi. Sapeva prevedere il futuro, leggendolo nei gusci delle uova scodellate da Filomena, e c’era persino chi giurava fosse capace di far piovere e di far tornare il sereno a suo piacere.
La strega freddolosa non era proprio cattiva, purché non la si facesse arrabbiare. In tal caso erano guai seri: si rischiava di perdere tutti i denti, com’era capitato ai figli del mugnaio.
Erano questi quattro birbe matricolate, che rubavano qualsiasi cosa capitasse loro a portata di mano. Molti in paese li sospettavano, ma poiché non si erano mai fatti cogliere con le mani nel sacco, era impossibile accusarli. Finché una notte i quattro furfanti decisero di far la festa a Filomena. Stavano già per tirarle il collo, quando Gennarina, sbucata dal buio, piombò alle loro spalle agile come un gatto.
«Fermi lì! E posate subito la mia gallina!»
I quattro fratelli paralizzati dalla paura obbedirono subito, mentre la strega non la smetteva di gridare:
«Volevate mettervela sotto i denti, vero? Adesso vi aggiusto io!»
Ciò che avvenne in seguito è cosa da far accapponare la pelle. La strega fissò i figli del mugnaio con lo sguardo di ghiaccio e sbottonandosi il cappottaccio nero proferì:

«Lesta lesta mi sbottono
Voglio farvi questo dono:
poiché fate i delinquenti,
vi cadranno tutti i denti!»

Così in quattro e quattr’otto, quattro giovani dal sorriso smagliante si ritrovarono con la bocca completamente sdentata come quattro neonati.
Lo avrete capito tutti: il cappotto di Gennarina non serviva solo a ripararla dal freddo. Era un cappotto magico il quale, stando a quanto dicevano in paese, le permetteva addirittura di volare.
Un vecchio, che una notte vagava per le vie deserte, sosteneva infatti di aver sorpreso Gennarina librarsi nell’aria.
«Ve lo giuro!» raccontava a quanti gli offrivano un bicchiere di vino. «L’ho vista aprire le braccia e spiccare il volo simile a un uccello. È successo all’improvviso, dopo che la strega si è toccata i bottoni del cappotto e ha pronunciato con una voce da raggelare il sangue:

Lesta lesta mi sbottono.
Voglio farmi questo dono:
anziché mettermi a letto,
volo a farmi un bel giretto!»

Nessuno aveva messo in dubbio le parole del vecchio. D’altra parte Gennarina era considerata una strega e dove sta scritto che le streghe volano solo a cavalcioni di una scopa?
Ma torniamo alla piccola Graziosa e al giorno in cui lei e la strega freddolosa si incontrarono faccia a faccia.
Graziosa se ne stava seduta sul ciglio della strada a infilare l’ago, quand’ecco passare la strega. Rincorreva un bottone del suo cappotto che, abbottona e sbottona, alla fine si era staccato.
Rotola, rotola, il bottone a un certo punto doveva essere scomparso. Infatti Gennarina si era messa a rovistare nel terriccio lamentandosi:
«Dove mai sarà finito?»
Graziosa si era fatta di pietra.
“Ora mi trasforma in un rospo o in qualche altro animalaccio” pensava tra sé.
Gennarina, accorgendosi della bambina che la fissava immobile trattenendo il respiro, alzò il capo e la rimbrottò:
«E tu cos’hai da guardare? Perché piuttosto non mi aiuti a cercare il mio bottone?»
Graziosa non se lo fece ripetere, si mise a cercare e, quando fu ormai chiaro che il bottone si era perso, disse alla strega.
«Se vuoi, posso darti uno dei miei!»
Gennarina la scrutò perplessa, perché raramente le era capitato di ricevere un regalo da qualcuno. Ma la bimba non si lasciò intimidire dal suo sguardo: estrasse dalla tasca una scatolina contenete stoffe, nastrini e bottoni, l’aprì e gliela porse.
La strega esitò. Infine si decise a prendere un bel bottone giallo, dal momento che di neri non ce n’erano
«Bello! Hai scelto il colore del sole» esclamò Graziosa.
Gennarina, per la verità un po’ imbarazzata, farfugliò una specie di grazie. Poi borbottò:
«Però ora come lo attacco? Io non so cucire!»
«Se è per questo, posso pensarci io!» ribadì Graziosa, meravigliata che la strega non si servisse della sua magia.
In tal modo nacque l’amicizia tra Graziosa e la strega freddolosa.
Nei giorni seguenti Gennarina andò a cercare la bimba del bottone giallo. E, avendo perso anche gli altri bottoni neri, se ne fece attaccare di nuovi: prima uno verde come l’erba, poi uno azzurro come il cielo, infine uno rosso come il fuoco. In cambio portava alla sua nuova amica delle crostate alla frutta e le spiegava come far passare il mal di pancia con il rosolaccio e come curare le punture delle vespe con il prezzemolo.
Graziosa, da parte sua, era curiosa di sapere se il cappotto con quei nuovi bottoni colorati possedesse sempre i suoi sinistri poteri. Più di una volta fu sul punto di chiedere a Gennarina:
«Dimmi, puoi ancora gettare il malocchio, sbottonandoti il cappotto? E volare? Riesci ancora a volare?»
Ma si fermò sempre per paura di offenderla e perché, conoscendola meglio, non era più tanto sicura che fosse una strega per davvero.
Col tempo anzi convinse gli altri bambini del paese a prendere confidenza con Gennarina.
Così durante la festa del santo patrono accadde qualcosa di veramente straordinario. La strega, che non metteva più piede in chiesa da molti anni, si presentò alla messa. Poi si unì ai compaesani per bere sidro e mangiare focaccia dolce sulla piazza principale.
Solo quando Gennarina si mise a fare il girotondo insieme a tutti i bambini, Graziosa pensò che da un po’ di tempo la strega freddolosa non si lamentava più per il freddo.
Già..Il calore dell’amicizia le aveva riscaldato il cuore!

Graziosa

Testo di Rosalia Mariani, tratto da “E per compito una fiaba“, di Bellavite Editore. Illustrazione di Mariadele Grassi