A come AMICO (in classe PRIMA)

Questo percorso, attuato con bambini di 5/6 anni, propone la verbalizzazione (qui trascritta) di sequenze narrative coerenti che abbiano come protagonisti alcuni  personaggi scelti.  I personaggi sono gli animaletti ricavati dal proprio nome.
Per il percorso ogni bambino dispone del proprio materiale scolastico (fogli, matite, pastelli pennarelli…)

Parole in pratica
Dopo che i bambini hanno scritto il  proprio nome su un foglio,  li invito a “trovarci dentro” un animaletto (tenuto conto che in molta della narrativa già approcciata i protagonisti sono spesso animali “umanizzati”):
«In ognuno dei vostri nomi è nascosto un cucciolo d’animale; questo cucciolo per oggi potrebbe diventare l’amico immaginario da stringere in un abbraccio – magari per confidargli un segreto! – o l’amico con cui vivere un’ avventura nel mondo della fantasia. Vogliamo scoprire insieme l’amico che si nasconde nei nomi Riccardo, Marco, Silvia, Luca, Michele, Federica e Gabriella…? Farlo è semplice. Basta dividere il nome in sillabe e sceglierne una, che diventa la sillaba iniziale dell’animale».
Aiuto i bambini uno per uno a dividere in sillabe il proprio nome, poi faccio cerchiare una sillaba col pastello di un colore (a scelta del bambino) che chiamiamo “colore dell’amicizia”.

Così nel suo nome, RIC-CAR-DO scopre un simpaticissimo RICCIO con gli aculei di gommapiuma («Così, se lo abbraccio, non mi punge»), mentre nel nome MAR-CO si nasconde un CONIGLIO che non ha paura di nulla («Io invece ho paura del buio e quando rimango a casa da solo!»). 
LU
CA è indeciso: non sa se scegliere un LUPETTO curioso, che mette il naso dappertutto, oppure un CANE con la coda magica («Gli basta agitarla e compare un bel gelato al cioccolato»!).
FE
-DERICA ha lo stesso problema di Luca. A lei infatti piacerebbe sia un FENICOTTERO rosa come quello che ha visto in un documentario alla tivù, che un cucciolo di RINOCERONTE albino.
Pensa che ti ripensa, Federica non sa proprio a quale dei due animali dare la preferenza. Allora interviene Riccardo che dice:
«Perché invece di un fenicottero o di un rinoceronte non scegli un
CAPRETTO che fa le capriole all’indietro? »
Quando è il suo turno, MI-CHE-
LE sceglie in un battibaleno.«
Nel mio nome c’è nascosta una
LEPRE!» grida, pieno di entusiasmo. «E questa lepre è cugina del coniglio di Marco».
Marco annuisce soddisfatto: anche lui e Michele sono cugini!
GA-BRI-EL-
LA si gratta la testa, pensierosa.
“Che animale può saltar fuori dal mio nome?” rimugina seria seria dentro di sé.
Poi però, sforzandosi un po’ di più,  anche Gabriella trova il suo animaletto. Si tratta di un
LAMA peruviano, che ha appena ricevuto una medaglia d’oro per aver vinto in una gara di sputo.
L’ultima che rimane è
SIL-VIA. Per quanto  si dia da fare, Silvia non conosce nessun animale che inizi con una delle due sillabe contenute nel suo nome.
A questo punto a Silvia non resta che una cosa da fare: anziché una sillaba sceglierà una singola lettera!
Le possibilità allora diventano davvero tante, perché nel nome della bimba può esserci una
SCIMMIETTA dispettosa, piuttosto che un IPPOPOTAMO appassionato di danza classica o una VOLPE canterina.
Non appena Silvia individua il cucciolo nascosto nel suo nome, Gabriella propone agli altri bimbi di disegnare ciascuno il proprio animaletto.
Si ottengono in tal modo sette personaggi, con i quali è possibile inventare tante storie di amicizia come quella raccontata da Riccardo e Silvia:
«C’era una volta una piccola volpe a cui piaceva cantare. A forza di cantare a squarciagola, un bel giorno la volpe si ritrovò con un terribile mal di testa. Per fortuna arrivò l’ amico riccio, che disse alla volpe se voleva riposarsi un po’, usando il suo corpo come cuscino. Dopo aver fatto un sonnellino sui morbidi aculei di gommapiuma del riccio, la volpe si svegliò così ben riposata, che il mal di testa era completamente scomparso». 

 

Adesso racconta tu!
Quale cucciolo d’animale si nasconde nel tuo nome?
E nel nome del tuo migliore amico?
Come sono questi due personaggi? (Prova a disegnarli!)
Come potrebbero dimostrarsi la loro amicizia l’un l’altro? (Prova a raccontare!)

 

Dal futuro capolavoro editoriale “La città delle talpe”

Da parola nasce cosa Dalla parola “golf” letta al rovescio, per esempio, nasce una storia sul flog, uno sport inventato che consiste nel lanciare una pallina fuori dalla buca (il golf diventa in questo caso uno sport bifronte!).
L’idea del flog come sport praticato dalle talpe è di mio figlio. Del resto, chi meglio di un animaletto abituato a vivere in gallerie sotterranee potrebbe cimentarsi in un gioco che è il contrario del golf?

Aggiungo che con questo brano mio figlio partecipò ad un concorso dal titolo “Fair Play – Fair Sport”, organizzato dall’Assessorato allo Sport della Provincia di Milano, e si classificò tra i vincitori.

talpa 3
Un talpa appena sbucata dalla tana, da  Focus Junior, 26 settembre 2012

Un colpo…e via! 

La talpa si sgranchì la robusta zampa anteriore, che avrebbe usato per lanciare la pallina fuori dalla buca.
«Lewis!» chiamò alle sue spalle l’allenatore. «Hai ripetuto gli esercizi preparatori, come ti avevo suggerito?»
La giovane talpa si voltò e arricciò ripetutamente il naso, per annusare l’inconfondibile odore di terra concimata che Tom, l’allenatore, si portava incollato alla pelliccia.
«Sì, credo di essermi allenato abbastanza!» rispose, annuendo con il musetto appuntito. «Ho cercato anche di lavorare sullo swing da conferire alla mia zampa al momento del tiro. Non sei stato tu ad insegnarmi che il flog è soprattutto questione di swing
«Certamente, figliolo! Persino gli uomini che giocano a golf,  uno sport esattamente opposto a quello che pratichiamo noi, lo sostengono: il movimento oscillatorio con cui si colpisce la palla, lo swing,  è di fondamentale importanza! Vedi, lo swing è parte di un giocatore. C’è qualcosa di unico e irripetibile nello swing di ciascuno di voi. Come se ognuno di voi trasferisse nello swing l’intero suo modo di essere».
«Adesso mi sembra che tu stia un po’ esagerando con questi tuoi discorsi filosofici!» dichiarò Lewis, tornando a concentrarsi sulla pallina lucida e liscia, bloccata al centro della buca.
«No, che non esagero!» ribadì l’allenatore senza scomporsi. «Il fatto è che voi giovani non capite che lo sport è una metafora della vita e lo swing, cioè lo stile che tu usi per lanciare la pallina, è lo stesso stile che adotti nelle circostanze della vita».
Quand’ebbe finito di parlare, il vecchio talpone, che aveva allenato Lewis fin da cucciolo, lasciò la galleria e tornò ad accomodarsi tra il pubblico.
Lewis allora sfiorò la pallina con le vibrisse umide e cominciò a far oscillare avanti e indietro la zampa simile ad una pala, che le altre talpe usavano esclusivamente per scavare gallerie sotterranee.
Mentre il pubblico gridava il suo nome, la giovane talpa si sentì rabbrividire. Erano ormai due anni che deteneva il titolo di campione di flog – lo sport talpesco, consistente appunto nello spingere una pallina di gomma indurita fuori da una buca e il più lontano possibile – eppure mai come in questa gara egli aveva avvertito tutta la responsabilità del suo gioco.
“Che mi prende?” si chiese Lewis, preoccupato. “In fondo mi sono allenato meglio delle altre volte, così mi basta un colpo e la pallina arriverà di sicuro più lontana di quanto riesca a lanciarla il mio avversario. Sì, un colpo…e via!” ripeté a se stesso, concentrandosi definitivamente sul colpo che avrebbe sferrato di lì a poco.
D’un tratto, in quell’ultimo swing, che avrebbe portato la palla oltre le bandierine e al di là degli ostacoli di sabbia e di acqua predisposti dai giudici di gara, Lewis vide scorrere alcuni momenti della sua vita e riprovò le stesse emozioni di allora. Il batticuore di quando Mary lo aveva baciato per la prima volta, per esempio. O la terribile paura che lo aveva assalito il giorno in cui aveva rischiato di essere catturato da un falco. E poi il senso di appagamento indescrivibile che lo pervadeva, allorché, interrogandosi al termine di una gara, poteva ammettere onestamente con se stesso di essere stato leale verso le regole del gioco e soprattutto nei confronti dell’avversario. Un avversario che – se lo era ripromesso fin dalla prima gara – aveva il dovere di rispettare come talpa, prima ancora che come flogghista.
“Il buon, saggio Tom ha ragione” pensò, inspirando a pieni polmoni come faceva sempre prima di colpire il bersaglio. “Nel mio swing c’è tutta la mia voglia di vivere la vita”.
Lewis chiuse gli occhi, poiché la vista non è certo quello tra i cinque sensi più usato dalle talpe. Poi, finalmente, la sua zampa unghiuta si scontrò con la superficie fredda della pallina da flog (o da golf, come preferivano chiamarla gli uomini). La palla sprizzò dalla buca e tutte le talpe presenti tesero le orecchie per seguirne la traiettoria.
«Avete sentito che stile?» squittì una talpa, che non si sarebbe persa una partita di flog per tutto l’oro del mondo. «Gli è bastato un colpo…e via!»
Tom, il vecchio allenatore con la pelliccia che puzzava di terra concimata, approvò con un sorriso sdentato:
«Sicuro, gli è bastato un colpo. Ma il suo è stato un colpo da campione!»

La Giubiana, una strega tutta brianzola

giu

Giubiana 2

Due immagini, due storie (Una storia della Giubiana, di G. Montorfano e A. Macchi, con illustrazioni di F. Brunello, edito nel 2005 da La Vita Felice; La leggenda della Giubiana, di C. Civati, edito nel 2015 da Il Ciliegio)…
Per raccontare la Giubiana, la strega dei boschi della Brianza, che indossa solo calze rigorosamente rosse sopra un paio di gambe così lunghe, da permetterle di spostarsi di albero in albero senza toccare terra con i piedi (almeno secondo una delle descrizioni tramandate).       La strega sale alla ribalta l’ultimo giovedì di gennaio, allorché il suo fantoccio di paglia e stracci viene messo al rogo ancora oggi in molti paesi lombardi e piemontesi.                                               Il falò della Giubiana ricorda un’antica festa contadina di carattere propiziatorio, con la quale, insieme al fantoccio della strega,  si bruciavano tutti i “mali” dell’inverno (https://it.wikipedia.org/wiki/Giubiana).

La mia filastrocca si ispira ad una variante della leggenda, per cui la strega sarebbe stata distolta dal cibarsi di un bambino – come faceva sempre l’ultimo giovedì di gennaio, quando abbandonava il bosco per venire in paese – da un pentolone di risotto allo zafferano e luganega (salsiccia).

La Giubiana cade in trappola

Vien stanotte la Giubiana
da una grotta in mezzo al bosco,
gambe lunghe rinsecchite
calze rosse, sguardo losco.

Alta più di un campanile,
è una strega assai veloce,
con due passi è già in paese
che borbotta sottovoce:
«Ora entro in questa casa
dalla porta o dal portone,
fiuto un bimbo, poi lo acchiappo,
me lo pappo in un boccone!»

Sennonché davanti all’uscio,
cucinato nel catino,
c’è un risotto prelibato
con salsiccia di suino.

Di risotto in un catino
ce ne sta un’enormità,
cosicché l’orrida strega
può mangiare a sazietà.

Un cucchiaio dietro l’altro
e la notte vola via.
Ma la strega non ci bada
e si scorda ogni magia.

Quando ormai è giorno fatto,
brilla il sole dappertutto,
la Giubiana prende fuoco
e si scioglie come strutto.

Nella grotta in mezzo al bosco
ora ci abita un cucù…
Grazie al trucco di una mamma,
la Giubiana non c’è più!

Giubbiana 3

© 2010 LA VERA GIUBIANA. All Rights Reserved.
Powered by WordPress.
http://www.madonnadellacampagnaseregno.com/

 

Sant’Antonio si procura il fuoco per gli uomini

Il 17 gennaio si celebra Sant’Antonio abate (http://www.santiebeati.it/dettaglio/22300), patrono degli animali domestici.
In onore del santo eremita, che nell’iconografia classica (http://www.youtube.com/watch?v=YH55KO9O3KM) è generalmente raffigurato con un maialino ai piedi, in diversi luoghi d’Italia si accendono grandi falò.
L’usanza si riallaccia a una leggenda (riportata anche nella raccolta Fiabe Italiane di Italo Calvino), secondo la quale il santo si sarebbe recato all’Inferno a prendere il fuoco da donare agli uomini.

Anch’io ho voluto raccontare la vicenda!

Sant'Antonio

                                       Sant’Antonio si procura il fuoco per gli uomini
Antonio si alzò all’alba, con l’intenzione di aiutare gli uomini che quel fine settimana erano venuti ad incontrarlo presso la grotta.
Nel mondo mancava il fuoco e gli uomini, intirizziti dal freddo, si erano rivolti a lui e lo avevano supplicato di procurarne almeno una scintilla per ciascuno o anche una fiammella sola (se proprio non riusciva a fare di meglio!), ché tanto ci avrebbero pensato loro a spartirselo.
Per prima cosa Antonio svegliò l’inseparabile maiale con il quale condivideva una vita di solitudine:
«Maialino, amico mio… lesto alzati, non restare qui a poltrire!
È già ora, il sole sorge. Prepariamoci a partire!»
L’animale, che dormiva come un ghiro nell’angolo meglio riparato della grotta, con un ronfo si girò dall’altra parte, cosicché Antonio fu costretto a scrollarlo.«
Maialinooo, non mi senti?

Sono già le cinque e venti!
»
gridò più forte. «Con l’aiuto del buon Dio, dobbiam correre all’Inferno: troveremo lì del fuoco da donare ai miei fratelli.
Ma ci pensi ai poverini? Hanno freddo, sono al buio… mangian crudo: non accendono i fornelli!
»
La parola fornelli sortì un effetto immediato. Maialino – che insieme a un formidabile appetito aveva anche un desiderio, quello di diventare un cuoco famoso (già si vedeva con tanto di cappello  e di grembiule inamidati!) – spalancò gli occhietti celestini, si rizzò sulle quattro zampe e grugnì:
«Oink, oink, se l’Inferno è il solo luogo dove usano del fuoco,
per te che sei un santo e per me che ti sto accanto prenderne un po’ sarà un gioco! 

Ebbene, perché non ci sbrighiamo, caro Antonio?

Con l’aiuto del buon Dio, raggiungiamo la casa del demonio!»

Detto fatto, Maialino si pettinò il ciuffo, come faceva sempre quando andava a passeggio, Antonio prese il suo bastone e, insieme, i due si incamminarono in direzione dell’Inferno.
Cammina, cammina, cammina
(e con l’aiuto del buon Dio!) Antonio e il maiale arrivarono ben presto alla porta dell’Inferno, dietro la quale stava di guardia una diavolessa baffuta che puzzava…di zolfo (e di che altro dovrebbero puzzare i diavoli?)
La porta era chiusa, così Antonio bussò.
«Ehi, di casa!» chiamò. «Fuori si gela, ci fate entrare?
Siamo in due, ci vogliamo riscaldare!
»
Sbirciando dallo spioncino, la diavolessa aveva riconosciuto il santo. Così socchiuse la porta e rispose:
«All’Inferno non c’è posto per sant’Antonio, l’eremita!
Come hai osato farti avanti? Mi credi forse rimbambita?
»
Quindi, adocchiando il maialino e pensando che avrebbe potuto nasconderlo e poi cucinarlo a puntino per sgranocchiarselo in santa pace, aggiunse:
«Il porcello invece sì, quello posso farlo entrare…
dargli un bel lasciapassare.

Vieni dentro, maialetto,

va’ a infilarti sotto il mio letto!»

Maialino non si fece ripetere l’invito. Strizzò l’occhietto a sant’Antonio e s’intrufolò nell’Inferno attraverso la porta socchiusa. Una volta dentro, non solo non si rifugiò sotto il letto della diavolessa portinaia, ma cominciò a scorrazzare per ogni stanzone, su e giù per le scale, persino nell’ascensore che portava ai piani più bassi. E ovunque creava scompiglio, distruggeva ogni cosa. Soprattutto in cucina, dove tra tegami scoperchiati, piatti rotti, boccali rovesciati, mestoloni e tridenti buttati per aria, dimostrò che nessun diavolo sarebbe riuscito facilmente ad acciuffarlo e tantomeno a metterlo in pentola.
Quando non ci fu neppure un angolino dell’Inferno che il porcellino non avesse messo a soqquadro, Barbarossa, il capo dei diavoli, ordinò alla diavolessa portinaia di richiamare il santo e di farlo pure entrare (alla faccia di tutte le regole dell’Inferno!)… che venisse a riprenderselo di persona il suo porcello, perché lui non ne poteva più di quel macello!
Così anche Antonio varcò la soglia dell’Inferno e, dopo che ebbe quietato il porcellino con un semplice tocco del bastone, finse di voler approfittare, almeno per un momento, di quel  bel calduccio infernale.
«Prima di tornarcene a casa io e Maialino ci fermiamo a riscaldar le ossa.
Tu lo permetti, vero, diavolo Barbarossa?
» domandò infatti al diavolo capo.
Con un’alzata di spalle Barbarossa acconsentì alla richiesta e tornò alle proprie faccende.
Allora Antonio si sedette sopra un sacco di cenere posto all’ingresso di un lungo corridoio di passaggio e, via via che un diavolo passava,  pum!…giù una bastonata sul groppone a  uno, giù una botta secca sulla zucca vuota all’altro. Per non parlare degli sgambetti, che col bastone riuscivano particolarmente bene!
La cosa andò avanti per un po’, finché un diavolo infuriato (a lui erano toccati tutti e tre i trattamenti: bastonata sul groppone, bastonata sulla zucca vuota e sgambetto) strappò il bastone delle mani del santo e lo gettò con la punta tra le fiamme di un falò.
Tanto bastò, perché il maialino, che fino a un attimo prima era rimasto accucciato ai piedi del santo, ricominciasse a correre di qua e di là,  scombinando la legna accatastata, soffocando le torce accese, spuntando i forconi.
«Oh, si sta agitando ancora, lo devo calmare!» esclamò Antonio, con l’aria più serafica di questa terra. «Ma senza bastone come lo posso fermare?»
Ormai fuori di sé per la rabbia, Barbarossa recuperò il bastone dalle fiamme e lo riconsegnò al legittimo proprietario.
Dopodiché, non prima che Antonio avesse toccato nuovamente col bastone il suo maiale, ringhiò furibondo:
«Grrr, lo hai calmato finalmente
questo porcello impertinente!

Ah, per le corna di Belzebù,

non intendo ospitarvi un minuto di più!

«Pustola, Zampastorta…
» tuonò quindi, in direzione di due piccoli diavoli, il cui aspetto corrispondeva alla perfezione al loro nome, «accompagnate costoro fuori da casa mia 
e assicuratevi che non ritrovino più la via!
»
Con grande sollievo di tutti i diavoli (ad eccezione forse della diavolessa portinaia, che era rimasta a bocca asciutta), Antonio e il maialino interruppero così il loro soggiorno all’Inferno… non senza aver ottenuto ciò che il santo voleva, però. Infatti, all’insaputa di Barbarossa e dei suoi sottoposti, Antonio un po’ di fuoco riuscì a portarselo via. Dove? Dentro la punta del suo bastone! Insomma, il fuoco rubato era la scintilla appiccata al bastone quando uno dei diavoli aveva tentato di incendiarlo, che ora ardeva vivace seppure invisibile.
Grazie a quell’unica scintilla, sant’Antonio alimentò e propagò sulla terra il fuoco, dono prezioso e indispensabile per gli uomini.

Con la scoperta del fuoco Maialino riuscì ad esaudire il desiderio di diventare cuoco?
Chissà…Forse sì, forse no. Ma questa è un’altra storia.

Notte dell’Epifania

Secondo una credenza popolare, in certe notti dell’anno gli animali acquisiscono la capacità di parlare. Una di queste notti magiche è la vigilia del 6 gennaio.

NOTTE DELL’EPIFANIA

Befana

Notte fonda. Ma chi parla?
Non ci credo, eppure è il gatto!
Proprio lui con voce umana
chiama il cane e stringe un patto:
«Per quest’anno stiamo in pace,
la smettiamo con le liti?
Impariamo a rispettarci,
caro amico, stiamo uniti!»
«Son d’accordo!» dice il cane.
«Sottoscrivo l’alleanza,
d’ora in poi daremo il via
a una nuova fratellanza».
Nel presepio nel frattempo
ecco un’altra novità:
gli animali sembran vivi,
parlan tutti a volontà.
«Sai chi arriva da lontano?»
chiede il bue all’asinello?
«Sì, tre Magi dall’Oriente.
Intravedo già un cammello».
«So che doni porteranno…»
s’intromette un agnellino.
«Oro, incenso e anche la mirra
in onore del Bambino».
Al discorso prende parte
una papera smorfiosa,
che dichiara di conoscer
una vecchia assai famosa.
Questa vecchia è la Befana
e stanotte vola giù
a cavallo della scopa,
facendo il verso del chiù.
Con la gerla sulle spalle
piena rasa di dolcetti,
la Befana incontra i bimbi
atterrando sopra i tetti…

Notte fonda, straordinaria,
traboccante di magia.
Questa notte è una sola:
notte dell’Epifania!

Graziosa e la strega freddolosa.

Gennaio mi richiama alla mente il personaggio della strega Gennarina (oltre che di una lontana prozia). Ecco la sua storia!

GRAZIOSA E LA STREGA FREDDOLOSA

Questa è la storia vera di Graziosa (la zia del mio papà) e Gennarina, che vivevano in un paesino ai piedi della montagna.
Graziosa era una bimba come tante, con la passione per il cucito. Passava le giornate a infilzare straccetti per la sua bambola di pezza, sognando il giorno in cui avrebbe incontrato una grande signora. Allora sì, pensava, avrebbe cucito degli abiti eleganti!
Gennarina era una strega e, proprio per questo motivo, val forse la pena di soffermarci più a lungo sul suo conto.
La strega Gennarina abitava in una casa umida e buia, con la sola compagnia della gallina Filomena. Di buon mattino usciva per attingere l’acqua dal pozzo e per andar nei boschi in cerca di erbe.
«Brr, che freddo!» si lamentava, non appena metteva il naso fuori dall’uscio.
E siccome lo ripeteva ogni giorno, sia che facesse veramente freddo, sia che facesse un caldo da spaccar le pietre, l’avevano soprannominata la strega freddolosa.
La chiamavano in questo modo anche perché, sia d’inverno che d’estate, Gennarina era sempre infagottata in un cappottaccio nero.
«Dagli alla strega freddolosa!» gridavano i monelli, quando la vedevano comparire tutta curva e nera come un corvo. Poi però correvano a rimpiattarsi mentre Gennarina agitando il pugno rinsecchito, urlava:
«Ah, ma se vi acchiappo!»
«Qui ci vuole la strega freddolosa!» dicevano le donne, se una mucca non dava abbastanza latte o se i polli prendevano la pipita.
E avevano ragione, in quanto Gennarina conosceva le proprietà di tutte le erbe.
Così, un po’ intimorite, le massaie andavano a bussare alla sua porta e Gennarina le riceveva brusca, borbottando:
«Prima o dopo vi faccio comodo, eh?»
Ma poi, in cambio di un pezzo di cacio, di un fiasco d’olio o di un sacco di carbone, la strega si metteva all’opera.
Allora in men che non si dica preparava filtri, decotti, infusi e impiastri in grado di guarire uomini e animali da molte malattie.
Non solo. La strega Gennarina sapeva anche aggiustare le ossa e togliere i vermi. Sapeva prevedere il futuro, leggendolo nei gusci delle uova scodellate da Filomena, e c’era persino chi giurava fosse capace di far piovere e di far tornare il sereno a suo piacere.
La strega freddolosa non era proprio cattiva, purché non la si facesse arrabbiare. In tal caso erano guai seri: si rischiava di perdere tutti i denti, com’era capitato ai figli del mugnaio.
Erano questi quattro birbe matricolate, che rubavano qualsiasi cosa capitasse loro a portata di mano. Molti in paese li sospettavano, ma poiché non si erano mai fatti cogliere con le mani nel sacco, era impossibile accusarli. Finché una notte i quattro furfanti decisero di far la festa a Filomena. Stavano già per tirarle il collo, quando Gennarina, sbucata dal buio, piombò alle loro spalle agile come un gatto.
«Fermi lì! E posate subito la mia gallina!»
I quattro fratelli paralizzati dalla paura obbedirono subito, mentre la strega non la smetteva di gridare:
«Volevate mettervela sotto i denti, vero? Adesso vi aggiusto io!»
Ciò che avvenne in seguito è cosa da far accapponare la pelle. La strega fissò i figli del mugnaio con lo sguardo di ghiaccio e sbottonandosi il cappottaccio nero proferì:

«Lesta lesta mi sbottono
Voglio farvi questo dono:
poiché fate i delinquenti,
vi cadranno tutti i denti!»

Così in quattro e quattr’otto, quattro giovani dal sorriso smagliante si ritrovarono con la bocca completamente sdentata come quattro neonati.
Lo avrete capito tutti: il cappotto di Gennarina non serviva solo a ripararla dal freddo. Era un cappotto magico il quale, stando a quanto dicevano in paese, le permetteva addirittura di volare.
Un vecchio, che una notte vagava per le vie deserte, sosteneva infatti di aver sorpreso Gennarina librarsi nell’aria.
«Ve lo giuro!» raccontava a quanti gli offrivano un bicchiere di vino. «L’ho vista aprire le braccia e spiccare il volo simile a un uccello. È successo all’improvviso, dopo che la strega si è toccata i bottoni del cappotto e ha pronunciato con una voce da raggelare il sangue:

Lesta lesta mi sbottono.
Voglio farmi questo dono:
anziché mettermi a letto,
volo a farmi un bel giretto!»

Nessuno aveva messo in dubbio le parole del vecchio. D’altra parte Gennarina era considerata una strega e dove sta scritto che le streghe volano solo a cavalcioni di una scopa?
Ma torniamo alla piccola Graziosa e al giorno in cui lei e la strega freddolosa si incontrarono faccia a faccia.
Graziosa se ne stava seduta sul ciglio della strada a infilare l’ago, quand’ecco passare la strega. Rincorreva un bottone del suo cappotto che, abbottona e sbottona, alla fine si era staccato.
Rotola, rotola, il bottone a un certo punto doveva essere scomparso. Infatti Gennarina si era messa a rovistare nel terriccio lamentandosi:
«Dove mai sarà finito?»
Graziosa si era fatta di pietra.
“Ora mi trasforma in un rospo o in qualche altro animalaccio” pensava tra sé.
Gennarina, accorgendosi della bambina che la fissava immobile trattenendo il respiro, alzò il capo e la rimbrottò:
«E tu cos’hai da guardare? Perché piuttosto non mi aiuti a cercare il mio bottone?»
Graziosa non se lo fece ripetere, si mise a cercare e, quando fu ormai chiaro che il bottone si era perso, disse alla strega.
«Se vuoi, posso darti uno dei miei!»
Gennarina la scrutò perplessa, perché raramente le era capitato di ricevere un regalo da qualcuno. Ma la bimba non si lasciò intimidire dal suo sguardo: estrasse dalla tasca una scatolina contenete stoffe, nastrini e bottoni, l’aprì e gliela porse.
La strega esitò. Infine si decise a prendere un bel bottone giallo, dal momento che di neri non ce n’erano
«Bello! Hai scelto il colore del sole» esclamò Graziosa.
Gennarina, per la verità un po’ imbarazzata, farfugliò una specie di grazie. Poi borbottò:
«Però ora come lo attacco? Io non so cucire!»
«Se è per questo, posso pensarci io!» ribadì Graziosa, meravigliata che la strega non si servisse della sua magia.
In tal modo nacque l’amicizia tra Graziosa e la strega freddolosa.
Nei giorni seguenti Gennarina andò a cercare la bimba del bottone giallo. E, avendo perso anche gli altri bottoni neri, se ne fece attaccare di nuovi: prima uno verde come l’erba, poi uno azzurro come il cielo, infine uno rosso come il fuoco. In cambio portava alla sua nuova amica delle crostate alla frutta e le spiegava come far passare il mal di pancia con il rosolaccio e come curare le punture delle vespe con il prezzemolo.
Graziosa, da parte sua, era curiosa di sapere se il cappotto con quei nuovi bottoni colorati possedesse sempre i suoi sinistri poteri. Più di una volta fu sul punto di chiedere a Gennarina:
«Dimmi, puoi ancora gettare il malocchio, sbottonandoti il cappotto? E volare? Riesci ancora a volare?»
Ma si fermò sempre per paura di offenderla e perché, conoscendola meglio, non era più tanto sicura che fosse una strega per davvero.
Col tempo anzi convinse gli altri bambini del paese a prendere confidenza con Gennarina.
Così durante la festa del santo patrono accadde qualcosa di veramente straordinario. La strega, che non metteva più piede in chiesa da molti anni, si presentò alla messa. Poi si unì ai compaesani per bere sidro e mangiare focaccia dolce sulla piazza principale.
Solo quando Gennarina si mise a fare il girotondo insieme a tutti i bambini, Graziosa pensò che da un po’ di tempo la strega freddolosa non si lamentava più per il freddo.
Già..Il calore dell’amicizia le aveva riscaldato il cuore!

Graziosa

Testo di Rosalia Mariani, tratto da “E per compito una fiaba“, di Bellavite Editore. Illustrazione di Mariadele Grassi

Il pastorello che tenne in braccio Gesù Bambino

Per comunicare il Natale, non solo a parole
Gesù

IL PASTORELLO CHE TENNE IN BRACCIO GESU’ BAMBINO

Quando Gesù venne al mondo…

Quando Gesù venne al mondo in una stalla dal tetto mezzo sfondato, non c’erano che il bue e l’asinello a riscaldare lui e la sua mamma.
Il bue era un vecchio inquilino della stalla, un po’ miope e acciaccato dall’età, che non aveva più la forza di tirare l’aratro e passava il tempo a ruminare davanti alla mangiatoia.
L’asinello invece apparteneva a Giuseppe ed era lo stesso che aveva portato in groppa Maria fino a Betlemme.
«Finalmente un posticino dove poter riposare le ossa! Per me, ma soprattutto per questa povera donna che sta per far nascere un bambino» aveva ragliato, entrando nella stalla. «Ehilà, compare!» aveva ragliato più forte, accortosi del bue. «È avanzato qualcosa nella mangiatoia?»
Dopo aver squadrato da capo a piedi i nuovi arrivati, il bue aveva scosso la testa, pensando:
“Tutti uguali. Occupano la mia stalla senza neanche chiedere il permesso e pretendono pure il vitto, oltre all’alloggio! Che sfacciataggine!”
Poi, dal momento che era abituato a dare ospitalità ai viaggiatori di passaggio, si era scansato per far posto all’asino.
«Mi sa che ti dovrai accontentare!» gli aveva muggito. «Ho soltanto due manciate di fieno e quattro carrube nella mangiatoia».
«Sempre meglio di niente! E in ogni caso non voglio approfittare della tua generosità: mi prenderò una manciata di fieno e due sole carrube».
L’asinello si era chinato a mangiare e il bue, che era rimasto ad osservarlo in silenzio, aveva dovuto ammettere di essere stato troppo frettoloso nel giudicare i forestieri.
“Mi sono sbagliato” aveva ruminato dentro di sé. “Non è vero che sono tutti sfacciati!”
Così, mentre in un angolo della stalla Maria, aiutata da Giuseppe, dava alla luce il figlio di Dio, il bue e l’asinello erano diventati amici.

Una coperta di tiepido fiato

Non appena Maria depose Gesù nella mangiatoia ormai vuota, il bue e l’asinello gli si strinsero attorno e si preoccuparono che non avesse freddo.
«Senti un po’» muggì il bue rivolto all’amico, «non sembra anche a te che la temperatura sia troppo rigida per un bambino neonato?»
«Per la verità stavo per dirti la stessa cosa. Brrr! C’è un’aria talmente gelida qua dentro, che mi si accappona la pelle» ragliò l’asino, rabbrividendo.
«E allora sai che si fa? Pensiamoci noi, con il nostro fiato, a riscaldare il piccolo Gesù!»
«La tua è davvero un’ottima idea. Aspetta, che mi faccio capire dal mio padrone!»
La bestia ragliò in direzione di Giuseppe e il buon falegname di Nazareth, che si era avvicinato a Maria per contemplare insieme a lei quel meraviglioso dono del cielo appena nato, comprese. Comprese le intenzioni dell’asinello e disse:
«Ho capito! Tu e quest’altro animale volete riscaldare Gesù. Vi siamo immensamente grati per il vostro aiuto. Non è vero, Maria?!»
Maria annuì sorridendo e anche il bambinello parve sorridere riconoscente. Sgranò gli occhi immensi sul muso dell’asinello e sollevò la mano come se volesse toccarlo.
«Forza, amico mio, diamoci da fare!» ragliò l’asinello. «Gesù è già tutto infreddolito».
Le due bestie sporsero le labbra ed alitarono sul piccino, finché non stesero su di lui e la sua mamma una coperta di tiepido fiato.

La notte dal nero mantello

Un po’ di fiato evaporò da uno squarcio aperto nel tetto, simile a un filo di fumo sottile. Il fumo si srotolò nell’aria e andò a sfiorare la Notte, che se ne stava a cavalcioni sopra il ramo di un albero e controllava che ogni cosa fosse immersa nel buio.
«Che strano! Un alito caldo mi ha sfiorato un piede. Che sarà mai?» esclamò la Notte.
Aguzzando la vista nell’oscurità, guardò in basso, verso i suoi piedi, e scorse il filo di fumo. Allora si piegò ad afferrarlo e se lo portò al naso per annusarlo.
“Mmm…odora di fieno e di stalla” concluse tra sé. “Mi conviene seguirlo e vedere da che parte arriva”.
Con uno scatto la Notte aprì il suo mantello nero e spiccò il volo dall’albero. Volò a ritroso lungo il tragitto del fumo, fino al tetto mezzo sfondato della stalla.
«Ci sono! Il fumo esce da qui» mormorò, atterrando sul tetto.
Incuriosita, la Notte spiò dallo squarcio e nella stalla li vide. Vide un uomo, una donna e un bimbo piccino. Vide un bue e un asinello che stendevano sul bambino e sulla sua mamma una coperta di tiepido fiato.

La stella più bella

Così la Notte, sfiorata appena dal fiato del bue e dell’asinello, seppe che Gesù era nato e immediatamente decise che non sarebbe rimasta con le mani in mano.
«Non posso lasciare tutto quanto immerso nell’oscurità» dichiarò eccitata. «Sceglierò la mia stella più bella e la accenderò in un momento. Poi la appenderò nel cielo ad indicare la via».
Senza perdere tempo, la Notte frugò nella borsa che portava a tracolla e ne estrasse una stella cometa, chiamata affettuosamente Stellina.
«Tocca a te, Stellina, illuminare il buio di questa magica notte!» le disse, pizzicandola sulla coda per darle fuoco.
La stella si accese in un baleno e, siccome le capitava raramente di abbandonare la borsa della Notte – trattandosi di una stella adatta ad occasioni molto importanti – chiese stupita dove si trovasse e perché fosse stata accesa.
«Sei nel cielo di Betlemme» le rispose la Notte. «E sto per appenderti sopra la stalla in cui è venuto al mondo il figlio di Dio».
«Sul serio?!»
Emozionatissima, Stellina dimenò la coda per accendersi ancora di più e, quando raggiunse l’apice del suo splendore, si lasciò collocare laddove la Notte aveva stabilito.
«Non mi muoverò da quassù!» proclamò, piena di orgoglio per il compito assegnatole. «Farò da sentinella al bambino e rischiarerò il cammino a quelli che verranno ad adorarlo».
La Notte sorrise e, soddisfatta di sé, aprì il suo mantello e ritornò a cavalcioni sull’albero.

Stellina e gli angeli cantori

Anche la stella, pizzicata dalle dita della Notte, fu così informata che Gesù era nato e, mentre ardeva instancabile sopra il tetto mezzo sfondato della stalla, non vedeva l’ora che arrivasse qualcuno, per comunicare a sua volta il lieto evento.
A furia di aspettare, qualcuno finalmente arrivò. Erano tre angeli cantori che, giunti in vicinanza della stalla, si fermarono a provare un canto imparato da poco.
«Dobbiamo esercitarci, prima di cantare alla presenza dei pastori» affermò quello che sembrava il capo. «Dai, Malachìa, attacchiamo! E tu, Joel, accompagnaci con l’arpa!»
«Come vuoi, Uriele! Siamo pronti».
Non appena la stella cometa scorse i tre angeli che intonavano il Gloria a Dio nell’alto dei cieli, cercò di attrarre la loro attenzione.
«Angioletti, angioletti!» chiamò a gran voce. «Ascoltate! Ho da svelarvi un avvenimento straordinario».
La stella si sgolava, ma, per quanto si sforzasse, Uriele, Malachìa, Joel non la udirono. Allora provò a sprizzare scintille dai capelli, che aveva lunghissimi e d’oro, ma non funzionò neppure tale espediente: i tre angeli continuarono il canto.
«Ebbene, se non mi riesce di farmi ascoltare e di farmi vedere, mi farò sentire in un’altra maniera» dichiarò la cometa ostinata. «bacerò i tre angeli in fronte, ecco che cosa farò! A quel punto dovranno per forza darmi retta».
Ciò detto, Stellina inviò con la mano tre dei suoi fulgidi baci e ognuno di questo schioccò sulla fronte di un angelo, che all’istante cessò di cantare.
«Che schiocco e che bagliore!» esclamò Uriele per primo.
«Mi sento quasi stordito!» aggiunse Malachìa.
«E io anche abbagliato!» gli fece eco Joel. «Ma che cosa è stato?»
«Ci ha baciati in fronte una stella» spiegò Uriele. «Guardate! È lassù. È quella stella cometa».
I tre angeli alzarono gli occhi verso la stella, che li rimproverò bonariamente:
«Era ora! Ce n’è voluta, perché vi accorgeste della mia presenza. E sì che non mi pare di essere poco appariscente!»
«Oh no! Sei appariscente e anche molto, molto bella» rispose Uriele. «Se non ci siamo accorti di te, è perché eravamo troppo impegnati a cantare. Scusaci!»
«Certo, certo…L’ho capito che eravate completamente assorti nel canto. Un canto magnifico che non avrei mai osato interrompere, se non avessi avuto da comunicarvi una grande notizia».
«Quale notizia?» domandò curioso Malachìa.
«È successo qualcosa che noi non sappiamo?» aggiunse Joel, saltellando impaziente.
«Altroché, angioletti! La vedete la stalla che sto illuminando, quella stalla laggiù dal tetto mezzo sfondato? Dovete sapere che in quella stalla, dove un bue e un asinello hanno steso una coperta di tiepido fiato, è venuto al mondo…»
Stellina prese tempo, in modo da creare un pizzico di attesa.
«…è venuto al mondo il Bambino Gesù» disse infine, gongolandosi per il fatto di essere stata lei a informare le tre creature celesti di un avvenimento così eccezionale.
Uriele, Malachìa, Joel si scambiarono un’occhiata d’intesa. Naturalmente loro erano già stati avvisati che Gesù era nato – non per niente stavano provando il Gloria da cantare ai pastori – tuttavia, per non deludere la stella, fecero finta di essere all’oscuro di tutto.
«È una notizia davvero importante, cara stella cometa!» esclamò Uriele.
«È vero! E meno male che ce l’hai rivelato tu, altrimenti chissà quando l’avremmo saputo che Gesù è nato stanotte in una stalla di Betlemme!» confermò Malachìa, strizzando l’occhio al compagno.
«Ah, stella cometa!» intervenne Joel. «Puoi star certa che d’ora in avanti sarai ricordata come la stella del Natale».
Stellina, fuori di sé per la contentezza, brillò come non le era mai successo.
«Beh, ecco… Io non ho fatto che il mio dovere ad avvisarvi» tentò di schermirsi. «Del resto una notizia simile va diffusa al più presto. Non siete d’accordo?»
«Ma sicuro!!!» ribadirono gli angeli in coro. «Tant’è vero che adesso ci affretteremo ad annunciala ai pastori. Arrivederci, stella cometa, E grazie!»
«Arrivederci, angioletti!» salutò Stellina. «Spiegatelo ai pastori: ci sono qua io a rischiarare la via».
I tre angeli se ne andarono e, mentre si allontanavano, si bisbigliavano l’un l’altro:
«Visto com’era orgogliosa la stella di informarci della nascita di Gesù? Come facevamo a dirle che noi lo sapevamo già?»

La gioia di Amos

Così Uriele, Malachìa, Joel, i tre angeli baciati in fronte dalla stella cometa, arrivarono nel luogo dove alcuni pastori avevano piantato le loro tende.
Presso l’accampamento tutti dormivano. Tutti, tranne Amos, il nonno del piccolo Beniamino, che era di turno per far la guardia al gregge.
«Avvisiamo per primo quell’anziano pastore» propose Uriele, vedendo Amos che sedeva sveglio, appoggiato al dorso di una pecora. «Ci penserà poi lui a svegliare gli altri».
«Va bene!» approvarono Malachìa e Joel.
Subito dopo i tre angeli comparvero dinanzi al pastore, lo avvolsero di luce e, con grande dolcezza, gli dissero:
«Non aver paura di noi! Siamo venuti ad annunciarti una grande gioia».
Lì per lì Amos si spaventò moltissimo e per la paura non comprese il messaggio degli angeli. Soltanto quando la luce che lo aveva avvolto gli penetrò nel cuore, capì il senso delle loro parole. Allora si sentì traboccare di una felicità mai provata prima.

 

immagine 1

Una missione per Zelda

Fu dunque questo il modo in cui un anziano pastore, il pastore avvolto dalla luce dei tre angeli, ricevette l’annuncio che Gesù era nato.
Un istante dopo aver appreso l’annuncio, Amos aveva già smesso di aver paura degli angeli ed ora si rivolgeva a Uriele, Malachìa e Joel con grande confidenza.
«Vi prego, angeli miei!» li supplicava. «Permettete che sia mio nipote Beniamino a svegliare gli altri pastori per avvisarli di questo evento straordinario. Sapete, lui è il più piccino di tutti, l’ultimo arrivato… Una tale responsabilità servirebbe a conferirgli più fiducia in se stesso».
«Come vuoi, Amos!» acconsentirono i tre angeli. «Avevamo giusto in mente una cosa del genere».
Ottenuta l’approvazione dei messaggeri celesti, il pastore si rivolse alla pecora che gli era servita da cuscino e le gridò, arruffandole il pelo:
«Zelda, Zelda! Presto, corri da Beniamino e raccomandagli di venire subito qui! Devo dirgli che il figlio di Dio è sceso tra noi».

Sveglia, Beniamino!

Nell’udire che Gesù era nato, la pecora accarezzata dall’anziano pastore non si fece ripetere l’invito e lesta zampettò sotto la tenda dove dormiva Beniamino.
«Sveglia, Beniamino! Sveglia!» belò, solleticando il pastorello con il muso. «Tuo nonno ti chiama. Vuole riferirti di persona che Gesù è nato in una stalla qui vicina».
«Chi è che mi fa il solletico?» protestò il pastorello, sollevando una palpebra appesantita dal sonno .«Ah, sei tu! E dai, Zelda, lasciami dormire! Sono stanco morto» mugugnò tra i denti, prima di voltarsi dall’altra parte.
«Ma come? Non hai sentito ciò che ti ho detto?» belò ancora la pecora, insistendo a stuzzicare Beniamino. «È nato Gesù! È nato Gesù!»
A questo punto il pastorello spalancò gli occhi di colpo e balbettò turbato:
«Non mi starai mica prendendo in giro, eh?!»
«No, che non ti sto prendendo in giro!» ribatte la pecora offesa. «E comunque, se non mi credi, non ti resta che alzarti e venire da tuo nonno. Insieme a lui ci sono tre angeli, che non impiegheranno molto a convincerti!»

La profezia si è avverata

Saputo con certezza che Gesù era nato, il pastorello solleticato dal muso della pecora Zelda tornò presso le tende e cominciò a chiamare gli altri pastori.
«Svelti, in piedi!» strillava. «La profezia di cui parlava mio nonno s’è avverata. È venuto al mondo Gesù! Gesù è tra noi: andiamo alla stalla!»
I pastori, ancora insonnoliti, uscirono dalle tende e domandarono preoccupati:
«Perché ci hai svegliati, Beniamino? Qualche bestia feroce ha forse assalito le nostre pecore?»
«Ma no! Ma no!» ripeteva esultando il pastorello. «Tre angeli del cielo hanno appena annunciato al nonno che Gesù è nato».
I pastori si guardarono perplessi, ma proprio in quell’istante risuonò nell’aria il canto degli angeli:
«Gloria a Dio nell’alto dei cieli  e pace in terra agli uomini che egli ama».
«Beniamino ha ragione!» si persuase allora la maggior parte di essi. «Sentiamo che cos’ha da dirci il vecchio Amos, poi rechiamoci al più presto ad adorare Gesù!»
E così, dopo aver ascoltato anche Amos ed essersi messi d’accordo, i pastori partirono con le loro greggi.
Arrivati alla stalla dal tetto mezzo sfondato, vi entrarono in fila l’uno di seguito all’altro.
Poiché era rimasto indietro ad aiutare il nonno che si reggeva a stento sulle gambe, il piccolo Beniamino entrò per ultimo, quando tutti i pastori erano ormai affollati intorno alla mangiatoia.
“Avrei voluto starci io davanti! Sono talmente basso, che da qua in fondo non mi riesce di vedere nulla!” si rammaricò dentro di sé. ” Pazienza! Aspetterò il mio turno per contemplare come si deve il Bambino Gesù”.
Ma ecco che d’un tratto Maria ebbe bisogno d’aiuto e, scrutando tra la folla dei pastori, intravide Beniamino nascosto dietro tutti.
«Ascolta, pastorello!» gli si rivolse allora, dolcissima. «Sì, proprio tu là in fondo! Mi faresti un piacere? Terresti in braccio mio figlio per un momento?»
Beniamino non riusciva a credere che una simile fortuna capitasse proprio a lui. Fissò prima il nonno poi i pastori, che si facevano da parte per lasciarlo passare e intanto lo incoraggiavano:
«Vai, Beniamino! Chi meglio di te, che ci hai avvisati di questo prodigio, potrebbe avere l’onore di prendere in braccio il piccolo Gesù?»
Pallidissimo per l’emozione, Beniamino si fece avanti e tese le mani ad accogliere Gesù Bambino. Quando l’ebbe in braccio, lo guardò con amore e, stringendolo forte al cuore, lo cullò teneramente.
Avvenne così che in quella Notte Santa un umile pastorello ottenne un privilegio grandissimo.
Sì, proprio lui, Beniamino, il pastorello che fu solleticato dal muso di una pecora, che fu accarezzata da un vecchio pastore, che fu avvolto dalla luce di tre magnifici angeli, che furono baciati dalla stella cometa, che fu pizzicata dalle dita della Notte, che fu sfiorata dal fiato del bue e dell’asinello, che stesero sulla mangiatoia una tiepida coperta… lui in persona ottenne il privilegio di stringere tra le braccia Gesù Bambino.

angeli

Testo di Rosalia Mariani, illustrazioni di Franca Trabacchi

Nessie e i suoi “fratelli”

Il 21 aprile Google ha festeggiato con uno dei suoi doodle animati l’ottantunesimo anniversario della più famosa fotografia di Nessie, la creatura leggendaria che vivrebbe nel Loch Ness, un lago della Scozia.

MOSTRO             Il doodle di Google

La fotografia, scattata dal dottor Robert Kenneth Wilson e pubblicata sul Daily Mail il 21 aprile 1934, parecchi anni dopo si rivelò una bufala: il Mostro di Loch Ness altro non era che un sottomarino giocattolo a cui era stata attaccata una sagoma a forma di testa di serpente.

Mostro

L’immagine fasulla del mostro di Loch Ness, pubblicata 81 anni fa dal Daily Mail, uno dei principali tabloid inglesi.

Comunque sia e nonostante ad oggi non vi siano prove che ne attestino la reale presenza, gli avvistamenti del mostro – il primo risale addirittura al 565 dopo Cristo! – non sono mai cessati.

Il doodle di Google diventa l’occasione per una ricerca in internet su alcuni criptidi (specie di animali di cui si ipotizza l’esistenza solo attraverso prove circostanziali, oppure animali estinti, ma di cui ci siano stati alcuni supposti avvistamenti) che coinvolga ragazzi di 11/12 anni.
Le informazioni raccolte dai ragazzi di una classe Prima Media sono rielaborate e convogliate in un articolo da pubblicare nel giornalino della scuola.
Suddivisi in gruppi di 3 per la raccolta delle notizie, i 15 giornalisti in erba “lavorano” nell’Aula di Informatica.

Nessie e i suoi “fratelli”  
A ciascuno il suo. Lo sapevate che, sparsi nel mondo, ci sono uno o più laghi popolati da animali leggendari?

Il lago di Loch Ness, in Scozia, non è il solo a vantare una creatura leggendaria. Sebbene la popolarità di Nessie superi di gran lunga quella di qualsiasi altro mostro lacustre, esseri dalle medesime caratteristiche sono stati avvistati e fotografati in laghi di tutto il mondo, persino in un lago del Nord-Italia.
Così il lago di Como, in Lombardia, ospiterebbe il Lariosauro, un misterioso animale anguilliforme lungo diversi metri, con la testa di coccodrillo (almeno secondo quanto riportato dai quotidiani e dai periodici degli anni intorno al 1946, l’epoca dei primi avvistamenti).
Sempre in Europa, nel Lagarfljót, un lago islandese, si aggira da almeno sette secoli un gigantesco (è lungo più di 90 metri!) serpente d’acqua dal nome impronunciabile di Lagarfljótsormurinn. Il suo ultimo avvistamento, da parte di un contadino, che nel 2012 lo ha immortalato in un filmato, ha scomodato nientemeno che una Commissione governativa locale, la quale nel 2014 ha votato a favore della veridicità del video (https://www.youtube.com/watch?v=dUvi2c1FAsc) girato due anni prima.
L’equivalente americano del mostro di Loch Ness è il Champ, che nuota in lungo Mostro1e in largo nelle acque del lago Champlain, esteso tra gli stati del Vermont e di New York e la provincia canadese del Québec. Già citato nelle leggende degli indiani Irochesi prima dell’arrivo degli Europei, il Champ (come del resto Nessie) rassomiglierebbe a un Plesiosauro – con corpo largo, coda corta, collo lungo e zampe trasformate in pinne – un rettile acquatico, vissuto tra il Triassico superiore e il Cretacico superiore.
Negli Stati Uniti, un lago dell’Indiana, il Fulk Lake, prende il nome da Oscar Fulk, il contadino che nel 1898 disse di aver visto in uno specchio d’acqua all’interno della sua proprietà un’enorme tartaruga, successivamente denominata la Bestia di Busco, di quasi 200 chili. La Bestia di Busco, familiarmente ribattezzata Oscar come il suo scopritore, divenne col tempo un’attrazione turistica del luogo; sebbene nel 1949, dopo un tentativo di cattura fallito, della tartaruga si siano perse le tracce, la gente del luogo festeggia ancora oggi i Turtle Days (“Giorni della tartaruga”).
In Canada, i laghi Okanagan e Manitoba rappresentano l’habitat rispettivamente per l’Ogopogo e il Manipogo.
Secondo la leggenda l’Ogopogo, chiamato dai nativi americani del luogo N’ha-a-itk, ossia “demone del lago”, era in origine un uomo, Kel-Oni-Won, che, macchiatosi dell’omicidio di un vecchio di nome Kan-He-K, fu trasformato per punizione in un gigantesco serpente acquatico. Il Manipogo, a forma di anguilla e lungo più di 3 metri, è stato avvistato a partire dal 1908.
In genere la comunità scientifica si dimostra alquanto scettica e ancora poco sensibile allo studio dei criptidi. Qualche criptozoologo crede che almeno alcuni di essi esistano veramente: Karl Shuker, per esempio, ipotizza che il mostro del lago Okanagan sia un Basilosaurus, ossia un “serpente balena” preistorico, mentre la Bestia di Busco potrebbe essere una tartaruga Chelydra serpentina di eccezionali dimensioni.
Non è escluso che l’avvistamento di alcuni di questi criptidi, degni del film Jurassik Park, possa essere una trovata pubblicitaria. Non è forse vero, infatti, che la presenza di queste creature mostruose esercita un forte richiamo per i turisti?

Il gatto e le quattro stagioni

Immaginea

Immaginec

In un paio di incontri con una classe 5a il gatto diventa protagonista di poesie, scritte in coppia, sulle quattro stagioni.

Parole in pratica
I bambini raccolgono alcuni elementi che descrivono le quattro stagioni: si tratta di dati relativi alle cinque categorie sensoriali, da cui partire per costruire la propria poesia (i dati possono essere inseriti in una tabella a doppia entrata).
Di seguito si riportano i dati inseriti nelle quattro poesie.
A PRIMAVERA
Colore. Sono circondata dal verde: verde chiaro, verde giada (ma anche verde smeraldo, verde scuro…).
Rumore. Ascolto il cinguettio degli uccellini.
Odore. Sento già il profumo delle fragole mature.
Sapore. Sulla lingua ho un pizzicore di menta piperita: me l’ha fatta assaggiare la nonna.
Sensazione tattile. Per me la primavera è liscia e morbida come il velluto.
IN ESTATE
Colore. Giallo oro, blu: sono queste le tinte che, quando mi guardo intorno, vedo di più!
Rumore. Ascolto lo sciabordio delle onde contro gli scogli.
Odore. Quello delle alghe e del pesce è un profumo o una puzza?
Sapore. Pistacchio e cioccolato sono i gusti del cono gelato che preferisco!
Sensazione tattile. Per me l’estate è calda rovente, ma anche fresca quando ci si tuffa nell’acqua…o come la pelle delle lucertole che escono dall’ombra.
IN AUTUNNO
Colore. Rosse, gialle, marroni: non sono così le foglie degli alberi, in autunno?
Rumore. E poi, quando le pesti, le foglie secche senti che scricchiolano sotto i piedi.
Odore. Quello delle caldarroste è un profumo fumé…è il profumo piacevole del caldo.
Sapore. Mastico un chicco d’uva: mmm, che gusto dolce e un po’ asprigno insieme!
Sensazione tattile. Per me l’autunno è una stagione ruvida.
IN INVERNO
Colore. Bianco neve…E che altro?
Rumore. La voce del vento, che tossisce, sibila, sbuffa, urla.
Odore. Pungente e fumoso: per forza è l’odore del fumo che esce dai comignoli!
Sapore. Io penso ai dolci del Natale e allora sento già in bocca il gusto del torrone alle mandorle e quello di una bella fetta di panettone senza canditi.
Sensazione tattile. Per me l’inverno è freddo. Anzi è gelido, tanto che, invece di così, lo chiamerei Gelindo!

Ed ecco le poesie.

Il gatto e la primavera

C’è una stagione in cui
il gatto si incanta per ore
a guardar l’erba che cresce,
così non si distingue più
dove finisce il tenero verde del prato
e dove comincia il verde intenso
dei suoi occhi di giada.
In questa confusione di verdi
una cosa il gatto la sa:
è primavera!
Del resto non è la primavera
quel profumo di fragola
che il gatto annusa?
Non è la primavera
quel fresco sapore
di caramella alla menta piperita
che il gatto ha sulla lingua?
Ma la primavera è soprattutto una stagione canterina
e la sua voce è il cinguettio di mamma passerotto,
che il gatto ascolta,
naso all’insù e orecchie dritte e attente.
E, mentre ascolta, il gatto pensa:
“So già com’è a toccarla, la primavera.
Se la tocco, nei petali di una viola
o nel guscio tiepido dell’uovo che sta per schiudersi,
la primavera è di velluto…
Come le mie orecchie e il profilo del mio naso”.

Il gatto e l’estate

E-state pronti: è il momento di preparare
le valigie, è il momento
di partire.
“Rimarrò in città,
a dar la caccia alla fresca lucertola
o andrò a ficcare il naso in qualche
conchiglia senza inquilino?”
si interroga il gatto,
imperturbabile nella sua posa
come se il fiato rovente dell’estate
che traspira dai muri
gli facesse un baffo.
Di fronte all’andirivieni indaffarato
degli umani,
lui, immobile, ha un andirivieni
di pensieri.
Il pensiero della sabbia dorata della spiaggia,
che gli accende le pagliuzze d’oro dentro gli occhi.
Il pensiero della scia odorosa lasciata dal pesce,
che gli increspa il naso triangolo.
Il pensiero di uno, due, tre e più coni gelato
(tanto d’estate uno al giorno ci può stare!),
che…Ehi, ma dov’è il gatto? Dov’è che se n’è andato?
Eccolo lì, che il gelato comincia a leccarselo in città:
pistacchio e cioccolato, due gusti che sono un’autentica bontà!

Il gatto e l’autunno

Ma lo sa il gatto che è autunno?
Lo vede, l’autunno,
dentro il rosso, il giallo, il marrone
dell’albero che cambia vestito?
Di sicuro lo annusa
nell’odore buono delle caldarroste
e lo assaggia in un chicco di uva matura,
perché i gatti – si sa –
assaggiano tutto, per curiosità.
Cric, croc…il gatto ascolta l’autunno
nelle foglie secche che gli scricchiolano sotto le zampine.
Prova anche a toccarlo, l’autunno,
con la punta del naso…
Dopodiché dice tra sé:
“To’, l’autunno è proprio come la mia lingua:
è una stagione ruvida!”

Il gatto e l’inverno

La coda del gatto è intirizzita,
“Che sia inverno?” sospetta il gatto.
Il sospetto diventa certezza
quando, attraverso il vetro della finestra,
lui dentro – intendiamoci! – il freddo di fuori,
il gatto incrocia lo sguardo di un pupazzo di neve.
Un colpo di vento
e la finestra si apre.
Ora il gatto può annusare l’inverno
nel fumo dei comignoli;
poi, siccome il naso e la bocca sono vicini,
lo assale la voglia
di sgranocchiarne un po’, d’inverno…
magari in un pezzetto di torrone
o – perché no?! – in una fetta di panettone.
Ma ecco un suono di campanellini:
il gatto ascolta attento
e riconosce la slitta di Babbo Natale.
“Questa è la voce dell’inverno che preferisco” pensa,
correndo veloce dietro la scia della slitta.
Brrr, che freddo! L’inverno gli gela i baffi d’argento
e il gatto, intirizzito nei baffi oltreché nella coda,
torna a riscaldarsi la pelliccia vicino al calorifero.

Non solo con gli stivali!

Immagine

Illustrazione di Silvana Cianciolo

Stavolta è di scena Il gatto con gli stivali, la celebre fiaba di C. Perrault, grazie alla quale il bambino acquisisce la speranza che anche i più umili possano riuscire nella vita, sormontandone tutte le difficoltà (1).
Il messaggio della fiaba – dove il gatto rappresenta l’alter-ego attivo del figlio del mugnaio, di cui impersonifica l’ambizione, il coraggio e la spavalderia (2) – è dunque la fiducia nella propria autorealizzazione.
Che altro dire per introdurre questo percorso di lettura, rivolto ai bambini delle classi 1a e 2a della scuola Primaria?
Animale dal simbolismo ambivalente (considerato alla stregua di una divinità presso l’antico Egitto, era associato alla stregoneria durante il Medioevo), il gatto è un aiutante piuttosto insolito che, nella fiaba in questione, non si serve di un oggetto magico, bensì di un oggetto, contrassegno di un determinato status sociale. Gli stivali del gatto sono infatti le calzature che assimilano l’animale a un cavaliere e che gli permettono di essere accolto alla corte del re.

Parole in pratica
Leggendo la fiaba (e animandola grazie all’utilizzo di alcuni burattini), mi soffermo proprio sull’oggetto-stivali che definisce il personaggio-gatto e invito i bambini a considerare la differenza con altre calzature fiabesche, come gli stivali delle sette leghe (nella fiaba Pollicino), un tipico oggetto magico, o la scarpetta di Cenerentola.
Aiutandoli a riflettere sul ruolo del gatto nella fiaba e su quello che questo aiutante rappresenta per il giovane protagonista, pongo la domanda:
Se tu avessi un gatto come “Il gatto con gli stivali”, quale tipo di scarpe gli faresti indossare?

Le risposte variano a seconda delle aspirazioni personali. Molti maschietti, che ambiscono a saper giocare bene a calcio, dichiarano che al loro gatto infilerebbero sicuramente delle scarpe da calciatore. Alcune bambine optano per le scarpine da danza, per i pattini a rotelle, per gli stivaletti da cavallerizza.
Damiano (7 anni) risponde: «Siccome sono stanco di stare fuori casa tutto il giorno, il mio gatto vorrei che calzasse le mie ciabattine di panno, che hanno gli occhi e la bocca».

A proposito di scarpe, consegno ai bambini un brano da leggere tutti insieme, dal titolo Ogni mese ha le sue scarpe.

Ogni mese ha le sue scarpe

Gennaio indossa un paio di scarponcini da montagna.
Febbraio ha due scarpe grosse da pagliaccio.
Marzo pazzerello porta una scarpa diversa dall’altra.
Aprile calza stivaletti per la pioggia.
Le scarpe di Maggio sono quelle della mamma: fiorate e con i tacchi a spillo.
Giugno indossa delle scarpine di tela, leggere leggere.
Luglio ha un paio di sandali di cuoio.
Agosto, se non va a piedi nudi, porta le ciabattine infradito.
Settembre calza scarpe da ginnastica col velcro.
Ottobre ha scarpe con la suola di gomma: a saltarci rimbalzano come molle.
Novembre si infila le pantofole del nonno.
Dicembre porta un paio di stivaloni rossi…identici a quelli di Babbo Natale!
(da: Mirtilla 1- Corso di letture e di educazione linguistica per la Scuola Primaria, di L. Meda e R. Mariani, Ed. La Spiga, 2004)

Il brano stimola i bambini ad elaborare delle brevi sequenze narrative, in cui il personaggio gatto sia inserito in un contesto temporale definito, connotato dall’elemento scarpe…come nei due esempi riportati.

Gaetano (8 anni). C’era una volta a Febbraio un gatto, che, siccome era andato a lavorare in un circo, si comprò un paio di scarpe da pagliaccio.

Karina (7 anni). C’era una volta a Dicembre un gatto, che voleva diventare l’aiutante di Babbo Natale. Così si infilò degli stivaloni rossi e saltò in groppa ad una delle renne che guidavano la slitta, miagolando: «Muoviamoci! Tutti i bambini del mondo aspettano un dono».

In prossimità del Natale, si può far disegnare tutta la serie dei gatti con le scarpe del mese, così da ottenere dodici tavole con cui assemblare un calendario.


ScarpeTre esempi di calzatura scaricati da Google: dopo averle ritagliate e incollate su un foglio A4 o su un cartoncino delle stesse dimensioni, i bambini possono partire da queste immagini e completarle per disegnare il gatto del mese.

Per questo tipo di percorso ogni bambino dispone quindi di:
– 12 fogli A4, bianchi o colorati (oppure 12 cartoncini)
– matita, penna, pastelli e/o pennarelli
– forbici
– colla
– immagini di calzature, secondo le indicazioni del testo Ogni mese ha le sue scarpe.

Il gatto con…

In un secondo incontro, chiedo ai bambini di associare al personaggio-gatto altri accessori, diversi dalle scarpe, in modo da inventare altrettanti titoli sul modello di quello della fiaba classica.
Come esempio propongo il titolo Il gatto col cappello, da un romanzo del Dr. Seuss.

4  illustrazione di Theodor Seuss Geisel, in arte Dr. Seuss

Ecco la lista di accessori emersa durante l’incontro: pinne, occhiali, valigia, pattini a rotelle, ombrello, lancia e scudo, arco con le frecce, tromba, bacchetta magica, scopa volante, telescopio, benda sull’occhio e uncino, maschera di Zorro, pennello, corona, mantello, stella da sceriffo
Dopo aver inventato il titolo della fiaba in base all’accessorio scelto (o sorteggiato) e disegnato il gatto corrispondente, ogni bambino comincia a raccontare, partendo da queste domande:
Dove va un gatto provvisto di…(ad esempio un paio di pinne)? • Che cosa fa? • Chi incontra?

TEMPO LIB(E)RO

1) Il mondo incantato, di Bruno Bettelheim, analizza in chiave psicoanalitica numerose fiabe del repertorio tradizionale, fornendo intuizioni acute e suggestive. Ma soprattutto rivaluta le fiabe, per la loro qualità di rispecchiare la visione magica e “animistica” che il bambino ha delle cose e perché esorcizzano incubi sepolti nell’inconscio, placano inquietudini, aiutano a superare insicurezze e crisi esistenziali, servendosi  di un linguaggio simbolico pienamente recepibile dal bambino a livello profondo. (Feltrinelli, 2013)

2) Itinerari nella fiaba, a cura di Franco Cambi, offre una rilettura di sintesi (ma anche analitica: di autori, di testi, di temi) dell’universo della fiaba d’autore e non, che cerca di condensarne l’immagine soprattutto moderna e di riconfermarne la valenza ancora autenticamente formativa. (Edizioni ETS, 2000)