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Dal futuro capolavoro editoriale “La città delle talpe”

Da parola nasce cosa Dalla parola “golf” letta al rovescio, per esempio, nasce una storia sul flog, uno sport inventato che consiste nel lanciare una pallina fuori dalla buca (il golf diventa in questo caso uno sport bifronte!).
L’idea del flog come sport praticato dalle talpe è di mio figlio. Del resto, chi meglio di un animaletto abituato a vivere in gallerie sotterranee potrebbe cimentarsi in un gioco che è il contrario del golf?

Aggiungo che con questo brano mio figlio partecipò ad un concorso dal titolo “Fair Play – Fair Sport”, organizzato dall’Assessorato allo Sport della Provincia di Milano, e si classificò tra i vincitori.

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Un talpa appena sbucata dalla tana, da  Focus Junior, 26 settembre 2012

Un colpo…e via! 

La talpa si sgranchì la robusta zampa anteriore, che avrebbe usato per lanciare la pallina fuori dalla buca.
«Lewis!» chiamò alle sue spalle l’allenatore. «Hai ripetuto gli esercizi preparatori, come ti avevo suggerito?»
La giovane talpa si voltò e arricciò ripetutamente il naso, per annusare l’inconfondibile odore di terra concimata che Tom, l’allenatore, si portava incollato alla pelliccia.
«Sì, credo di essermi allenato abbastanza!» rispose, annuendo con il musetto appuntito. «Ho cercato anche di lavorare sullo swing da conferire alla mia zampa al momento del tiro. Non sei stato tu ad insegnarmi che il flog è soprattutto questione di swing
«Certamente, figliolo! Persino gli uomini che giocano a golf,  uno sport esattamente opposto a quello che pratichiamo noi, lo sostengono: il movimento oscillatorio con cui si colpisce la palla, lo swing,  è di fondamentale importanza! Vedi, lo swing è parte di un giocatore. C’è qualcosa di unico e irripetibile nello swing di ciascuno di voi. Come se ognuno di voi trasferisse nello swing l’intero suo modo di essere».
«Adesso mi sembra che tu stia un po’ esagerando con questi tuoi discorsi filosofici!» dichiarò Lewis, tornando a concentrarsi sulla pallina lucida e liscia, bloccata al centro della buca.
«No, che non esagero!» ribadì l’allenatore senza scomporsi. «Il fatto è che voi giovani non capite che lo sport è una metafora della vita e lo swing, cioè lo stile che tu usi per lanciare la pallina, è lo stesso stile che adotti nelle circostanze della vita».
Quand’ebbe finito di parlare, il vecchio talpone, che aveva allenato Lewis fin da cucciolo, lasciò la galleria e tornò ad accomodarsi tra il pubblico.
Lewis allora sfiorò la pallina con le vibrisse umide e cominciò a far oscillare avanti e indietro la zampa simile ad una pala, che le altre talpe usavano esclusivamente per scavare gallerie sotterranee.
Mentre il pubblico gridava il suo nome, la giovane talpa si sentì rabbrividire. Erano ormai due anni che deteneva il titolo di campione di flog – lo sport talpesco, consistente appunto nello spingere una pallina di gomma indurita fuori da una buca e il più lontano possibile – eppure mai come in questa gara egli aveva avvertito tutta la responsabilità del suo gioco.
“Che mi prende?” si chiese Lewis, preoccupato. “In fondo mi sono allenato meglio delle altre volte, così mi basta un colpo e la pallina arriverà di sicuro più lontana di quanto riesca a lanciarla il mio avversario. Sì, un colpo…e via!” ripeté a se stesso, concentrandosi definitivamente sul colpo che avrebbe sferrato di lì a poco.
D’un tratto, in quell’ultimo swing, che avrebbe portato la palla oltre le bandierine e al di là degli ostacoli di sabbia e di acqua predisposti dai giudici di gara, Lewis vide scorrere alcuni momenti della sua vita e riprovò le stesse emozioni di allora. Il batticuore di quando Mary lo aveva baciato per la prima volta, per esempio. O la terribile paura che lo aveva assalito il giorno in cui aveva rischiato di essere catturato da un falco. E poi il senso di appagamento indescrivibile che lo pervadeva, allorché, interrogandosi al termine di una gara, poteva ammettere onestamente con se stesso di essere stato leale verso le regole del gioco e soprattutto nei confronti dell’avversario. Un avversario che – se lo era ripromesso fin dalla prima gara – aveva il dovere di rispettare come talpa, prima ancora che come flogghista.
“Il buon, saggio Tom ha ragione” pensò, inspirando a pieni polmoni come faceva sempre prima di colpire il bersaglio. “Nel mio swing c’è tutta la mia voglia di vivere la vita”.
Lewis chiuse gli occhi, poiché la vista non è certo quello tra i cinque sensi più usato dalle talpe. Poi, finalmente, la sua zampa unghiuta si scontrò con la superficie fredda della pallina da flog (o da golf, come preferivano chiamarla gli uomini). La palla sprizzò dalla buca e tutte le talpe presenti tesero le orecchie per seguirne la traiettoria.
«Avete sentito che stile?» squittì una talpa, che non si sarebbe persa una partita di flog per tutto l’oro del mondo. «Gli è bastato un colpo…e via!»
Tom, il vecchio allenatore con la pelliccia che puzzava di terra concimata, approvò con un sorriso sdentato:
«Sicuro, gli è bastato un colpo. Ma il suo è stato un colpo da campione!»

Graziosa e la strega freddolosa.

Gennaio mi richiama alla mente il personaggio della strega Gennarina (oltre che di una lontana prozia). Ecco la sua storia!

GRAZIOSA E LA STREGA FREDDOLOSA

Questa è la storia vera di Graziosa (la zia del mio papà) e Gennarina, che vivevano in un paesino ai piedi della montagna.
Graziosa era una bimba come tante, con la passione per il cucito. Passava le giornate a infilzare straccetti per la sua bambola di pezza, sognando il giorno in cui avrebbe incontrato una grande signora. Allora sì, pensava, avrebbe cucito degli abiti eleganti!
Gennarina era una strega e, proprio per questo motivo, val forse la pena di soffermarci più a lungo sul suo conto.
La strega Gennarina abitava in una casa umida e buia, con la sola compagnia della gallina Filomena. Di buon mattino usciva per attingere l’acqua dal pozzo e per andar nei boschi in cerca di erbe.
«Brr, che freddo!» si lamentava, non appena metteva il naso fuori dall’uscio.
E siccome lo ripeteva ogni giorno, sia che facesse veramente freddo, sia che facesse un caldo da spaccar le pietre, l’avevano soprannominata la strega freddolosa.
La chiamavano in questo modo anche perché, sia d’inverno che d’estate, Gennarina era sempre infagottata in un cappottaccio nero.
«Dagli alla strega freddolosa!» gridavano i monelli, quando la vedevano comparire tutta curva e nera come un corvo. Poi però correvano a rimpiattarsi mentre Gennarina agitando il pugno rinsecchito, urlava:
«Ah, ma se vi acchiappo!»
«Qui ci vuole la strega freddolosa!» dicevano le donne, se una mucca non dava abbastanza latte o se i polli prendevano la pipita.
E avevano ragione, in quanto Gennarina conosceva le proprietà di tutte le erbe.
Così, un po’ intimorite, le massaie andavano a bussare alla sua porta e Gennarina le riceveva brusca, borbottando:
«Prima o dopo vi faccio comodo, eh?»
Ma poi, in cambio di un pezzo di cacio, di un fiasco d’olio o di un sacco di carbone, la strega si metteva all’opera.
Allora in men che non si dica preparava filtri, decotti, infusi e impiastri in grado di guarire uomini e animali da molte malattie.
Non solo. La strega Gennarina sapeva anche aggiustare le ossa e togliere i vermi. Sapeva prevedere il futuro, leggendolo nei gusci delle uova scodellate da Filomena, e c’era persino chi giurava fosse capace di far piovere e di far tornare il sereno a suo piacere.
La strega freddolosa non era proprio cattiva, purché non la si facesse arrabbiare. In tal caso erano guai seri: si rischiava di perdere tutti i denti, com’era capitato ai figli del mugnaio.
Erano questi quattro birbe matricolate, che rubavano qualsiasi cosa capitasse loro a portata di mano. Molti in paese li sospettavano, ma poiché non si erano mai fatti cogliere con le mani nel sacco, era impossibile accusarli. Finché una notte i quattro furfanti decisero di far la festa a Filomena. Stavano già per tirarle il collo, quando Gennarina, sbucata dal buio, piombò alle loro spalle agile come un gatto.
«Fermi lì! E posate subito la mia gallina!»
I quattro fratelli paralizzati dalla paura obbedirono subito, mentre la strega non la smetteva di gridare:
«Volevate mettervela sotto i denti, vero? Adesso vi aggiusto io!»
Ciò che avvenne in seguito è cosa da far accapponare la pelle. La strega fissò i figli del mugnaio con lo sguardo di ghiaccio e sbottonandosi il cappottaccio nero proferì:

«Lesta lesta mi sbottono
Voglio farvi questo dono:
poiché fate i delinquenti,
vi cadranno tutti i denti!»

Così in quattro e quattr’otto, quattro giovani dal sorriso smagliante si ritrovarono con la bocca completamente sdentata come quattro neonati.
Lo avrete capito tutti: il cappotto di Gennarina non serviva solo a ripararla dal freddo. Era un cappotto magico il quale, stando a quanto dicevano in paese, le permetteva addirittura di volare.
Un vecchio, che una notte vagava per le vie deserte, sosteneva infatti di aver sorpreso Gennarina librarsi nell’aria.
«Ve lo giuro!» raccontava a quanti gli offrivano un bicchiere di vino. «L’ho vista aprire le braccia e spiccare il volo simile a un uccello. È successo all’improvviso, dopo che la strega si è toccata i bottoni del cappotto e ha pronunciato con una voce da raggelare il sangue:

Lesta lesta mi sbottono.
Voglio farmi questo dono:
anziché mettermi a letto,
volo a farmi un bel giretto!»

Nessuno aveva messo in dubbio le parole del vecchio. D’altra parte Gennarina era considerata una strega e dove sta scritto che le streghe volano solo a cavalcioni di una scopa?
Ma torniamo alla piccola Graziosa e al giorno in cui lei e la strega freddolosa si incontrarono faccia a faccia.
Graziosa se ne stava seduta sul ciglio della strada a infilare l’ago, quand’ecco passare la strega. Rincorreva un bottone del suo cappotto che, abbottona e sbottona, alla fine si era staccato.
Rotola, rotola, il bottone a un certo punto doveva essere scomparso. Infatti Gennarina si era messa a rovistare nel terriccio lamentandosi:
«Dove mai sarà finito?»
Graziosa si era fatta di pietra.
“Ora mi trasforma in un rospo o in qualche altro animalaccio” pensava tra sé.
Gennarina, accorgendosi della bambina che la fissava immobile trattenendo il respiro, alzò il capo e la rimbrottò:
«E tu cos’hai da guardare? Perché piuttosto non mi aiuti a cercare il mio bottone?»
Graziosa non se lo fece ripetere, si mise a cercare e, quando fu ormai chiaro che il bottone si era perso, disse alla strega.
«Se vuoi, posso darti uno dei miei!»
Gennarina la scrutò perplessa, perché raramente le era capitato di ricevere un regalo da qualcuno. Ma la bimba non si lasciò intimidire dal suo sguardo: estrasse dalla tasca una scatolina contenete stoffe, nastrini e bottoni, l’aprì e gliela porse.
La strega esitò. Infine si decise a prendere un bel bottone giallo, dal momento che di neri non ce n’erano
«Bello! Hai scelto il colore del sole» esclamò Graziosa.
Gennarina, per la verità un po’ imbarazzata, farfugliò una specie di grazie. Poi borbottò:
«Però ora come lo attacco? Io non so cucire!»
«Se è per questo, posso pensarci io!» ribadì Graziosa, meravigliata che la strega non si servisse della sua magia.
In tal modo nacque l’amicizia tra Graziosa e la strega freddolosa.
Nei giorni seguenti Gennarina andò a cercare la bimba del bottone giallo. E, avendo perso anche gli altri bottoni neri, se ne fece attaccare di nuovi: prima uno verde come l’erba, poi uno azzurro come il cielo, infine uno rosso come il fuoco. In cambio portava alla sua nuova amica delle crostate alla frutta e le spiegava come far passare il mal di pancia con il rosolaccio e come curare le punture delle vespe con il prezzemolo.
Graziosa, da parte sua, era curiosa di sapere se il cappotto con quei nuovi bottoni colorati possedesse sempre i suoi sinistri poteri. Più di una volta fu sul punto di chiedere a Gennarina:
«Dimmi, puoi ancora gettare il malocchio, sbottonandoti il cappotto? E volare? Riesci ancora a volare?»
Ma si fermò sempre per paura di offenderla e perché, conoscendola meglio, non era più tanto sicura che fosse una strega per davvero.
Col tempo anzi convinse gli altri bambini del paese a prendere confidenza con Gennarina.
Così durante la festa del santo patrono accadde qualcosa di veramente straordinario. La strega, che non metteva più piede in chiesa da molti anni, si presentò alla messa. Poi si unì ai compaesani per bere sidro e mangiare focaccia dolce sulla piazza principale.
Solo quando Gennarina si mise a fare il girotondo insieme a tutti i bambini, Graziosa pensò che da un po’ di tempo la strega freddolosa non si lamentava più per il freddo.
Già..Il calore dell’amicizia le aveva riscaldato il cuore!

Graziosa

Testo di Rosalia Mariani, tratto da “E per compito una fiaba“, di Bellavite Editore. Illustrazione di Mariadele Grassi

Il pastorello che tenne in braccio Gesù Bambino

Per comunicare il Natale, non solo a parole
Gesù

IL PASTORELLO CHE TENNE IN BRACCIO GESU’ BAMBINO

Quando Gesù venne al mondo…

Quando Gesù venne al mondo in una stalla dal tetto mezzo sfondato, non c’erano che il bue e l’asinello a riscaldare lui e la sua mamma.
Il bue era un vecchio inquilino della stalla, un po’ miope e acciaccato dall’età, che non aveva più la forza di tirare l’aratro e passava il tempo a ruminare davanti alla mangiatoia.
L’asinello invece apparteneva a Giuseppe ed era lo stesso che aveva portato in groppa Maria fino a Betlemme.
«Finalmente un posticino dove poter riposare le ossa! Per me, ma soprattutto per questa povera donna che sta per far nascere un bambino» aveva ragliato, entrando nella stalla. «Ehilà, compare!» aveva ragliato più forte, accortosi del bue. «È avanzato qualcosa nella mangiatoia?»
Dopo aver squadrato da capo a piedi i nuovi arrivati, il bue aveva scosso la testa, pensando:
“Tutti uguali. Occupano la mia stalla senza neanche chiedere il permesso e pretendono pure il vitto, oltre all’alloggio! Che sfacciataggine!”
Poi, dal momento che era abituato a dare ospitalità ai viaggiatori di passaggio, si era scansato per far posto all’asino.
«Mi sa che ti dovrai accontentare!» gli aveva muggito. «Ho soltanto due manciate di fieno e quattro carrube nella mangiatoia».
«Sempre meglio di niente! E in ogni caso non voglio approfittare della tua generosità: mi prenderò una manciata di fieno e due sole carrube».
L’asinello si era chinato a mangiare e il bue, che era rimasto ad osservarlo in silenzio, aveva dovuto ammettere di essere stato troppo frettoloso nel giudicare i forestieri.
“Mi sono sbagliato” aveva ruminato dentro di sé. “Non è vero che sono tutti sfacciati!”
Così, mentre in un angolo della stalla Maria, aiutata da Giuseppe, dava alla luce il figlio di Dio, il bue e l’asinello erano diventati amici.

Una coperta di tiepido fiato

Non appena Maria depose Gesù nella mangiatoia ormai vuota, il bue e l’asinello gli si strinsero attorno e si preoccuparono che non avesse freddo.
«Senti un po’» muggì il bue rivolto all’amico, «non sembra anche a te che la temperatura sia troppo rigida per un bambino neonato?»
«Per la verità stavo per dirti la stessa cosa. Brrr! C’è un’aria talmente gelida qua dentro, che mi si accappona la pelle» ragliò l’asino, rabbrividendo.
«E allora sai che si fa? Pensiamoci noi, con il nostro fiato, a riscaldare il piccolo Gesù!»
«La tua è davvero un’ottima idea. Aspetta, che mi faccio capire dal mio padrone!»
La bestia ragliò in direzione di Giuseppe e il buon falegname di Nazareth, che si era avvicinato a Maria per contemplare insieme a lei quel meraviglioso dono del cielo appena nato, comprese. Comprese le intenzioni dell’asinello e disse:
«Ho capito! Tu e quest’altro animale volete riscaldare Gesù. Vi siamo immensamente grati per il vostro aiuto. Non è vero, Maria?!»
Maria annuì sorridendo e anche il bambinello parve sorridere riconoscente. Sgranò gli occhi immensi sul muso dell’asinello e sollevò la mano come se volesse toccarlo.
«Forza, amico mio, diamoci da fare!» ragliò l’asinello. «Gesù è già tutto infreddolito».
Le due bestie sporsero le labbra ed alitarono sul piccino, finché non stesero su di lui e la sua mamma una coperta di tiepido fiato.

La notte dal nero mantello

Un po’ di fiato evaporò da uno squarcio aperto nel tetto, simile a un filo di fumo sottile. Il fumo si srotolò nell’aria e andò a sfiorare la Notte, che se ne stava a cavalcioni sopra il ramo di un albero e controllava che ogni cosa fosse immersa nel buio.
«Che strano! Un alito caldo mi ha sfiorato un piede. Che sarà mai?» esclamò la Notte.
Aguzzando la vista nell’oscurità, guardò in basso, verso i suoi piedi, e scorse il filo di fumo. Allora si piegò ad afferrarlo e se lo portò al naso per annusarlo.
“Mmm…odora di fieno e di stalla” concluse tra sé. “Mi conviene seguirlo e vedere da che parte arriva”.
Con uno scatto la Notte aprì il suo mantello nero e spiccò il volo dall’albero. Volò a ritroso lungo il tragitto del fumo, fino al tetto mezzo sfondato della stalla.
«Ci sono! Il fumo esce da qui» mormorò, atterrando sul tetto.
Incuriosita, la Notte spiò dallo squarcio e nella stalla li vide. Vide un uomo, una donna e un bimbo piccino. Vide un bue e un asinello che stendevano sul bambino e sulla sua mamma una coperta di tiepido fiato.

La stella più bella

Così la Notte, sfiorata appena dal fiato del bue e dell’asinello, seppe che Gesù era nato e immediatamente decise che non sarebbe rimasta con le mani in mano.
«Non posso lasciare tutto quanto immerso nell’oscurità» dichiarò eccitata. «Sceglierò la mia stella più bella e la accenderò in un momento. Poi la appenderò nel cielo ad indicare la via».
Senza perdere tempo, la Notte frugò nella borsa che portava a tracolla e ne estrasse una stella cometa, chiamata affettuosamente Stellina.
«Tocca a te, Stellina, illuminare il buio di questa magica notte!» le disse, pizzicandola sulla coda per darle fuoco.
La stella si accese in un baleno e, siccome le capitava raramente di abbandonare la borsa della Notte – trattandosi di una stella adatta ad occasioni molto importanti – chiese stupita dove si trovasse e perché fosse stata accesa.
«Sei nel cielo di Betlemme» le rispose la Notte. «E sto per appenderti sopra la stalla in cui è venuto al mondo il figlio di Dio».
«Sul serio?!»
Emozionatissima, Stellina dimenò la coda per accendersi ancora di più e, quando raggiunse l’apice del suo splendore, si lasciò collocare laddove la Notte aveva stabilito.
«Non mi muoverò da quassù!» proclamò, piena di orgoglio per il compito assegnatole. «Farò da sentinella al bambino e rischiarerò il cammino a quelli che verranno ad adorarlo».
La Notte sorrise e, soddisfatta di sé, aprì il suo mantello e ritornò a cavalcioni sull’albero.

Stellina e gli angeli cantori

Anche la stella, pizzicata dalle dita della Notte, fu così informata che Gesù era nato e, mentre ardeva instancabile sopra il tetto mezzo sfondato della stalla, non vedeva l’ora che arrivasse qualcuno, per comunicare a sua volta il lieto evento.
A furia di aspettare, qualcuno finalmente arrivò. Erano tre angeli cantori che, giunti in vicinanza della stalla, si fermarono a provare un canto imparato da poco.
«Dobbiamo esercitarci, prima di cantare alla presenza dei pastori» affermò quello che sembrava il capo. «Dai, Malachìa, attacchiamo! E tu, Joel, accompagnaci con l’arpa!»
«Come vuoi, Uriele! Siamo pronti».
Non appena la stella cometa scorse i tre angeli che intonavano il Gloria a Dio nell’alto dei cieli, cercò di attrarre la loro attenzione.
«Angioletti, angioletti!» chiamò a gran voce. «Ascoltate! Ho da svelarvi un avvenimento straordinario».
La stella si sgolava, ma, per quanto si sforzasse, Uriele, Malachìa, Joel non la udirono. Allora provò a sprizzare scintille dai capelli, che aveva lunghissimi e d’oro, ma non funzionò neppure tale espediente: i tre angeli continuarono il canto.
«Ebbene, se non mi riesce di farmi ascoltare e di farmi vedere, mi farò sentire in un’altra maniera» dichiarò la cometa ostinata. «bacerò i tre angeli in fronte, ecco che cosa farò! A quel punto dovranno per forza darmi retta».
Ciò detto, Stellina inviò con la mano tre dei suoi fulgidi baci e ognuno di questo schioccò sulla fronte di un angelo, che all’istante cessò di cantare.
«Che schiocco e che bagliore!» esclamò Uriele per primo.
«Mi sento quasi stordito!» aggiunse Malachìa.
«E io anche abbagliato!» gli fece eco Joel. «Ma che cosa è stato?»
«Ci ha baciati in fronte una stella» spiegò Uriele. «Guardate! È lassù. È quella stella cometa».
I tre angeli alzarono gli occhi verso la stella, che li rimproverò bonariamente:
«Era ora! Ce n’è voluta, perché vi accorgeste della mia presenza. E sì che non mi pare di essere poco appariscente!»
«Oh no! Sei appariscente e anche molto, molto bella» rispose Uriele. «Se non ci siamo accorti di te, è perché eravamo troppo impegnati a cantare. Scusaci!»
«Certo, certo…L’ho capito che eravate completamente assorti nel canto. Un canto magnifico che non avrei mai osato interrompere, se non avessi avuto da comunicarvi una grande notizia».
«Quale notizia?» domandò curioso Malachìa.
«È successo qualcosa che noi non sappiamo?» aggiunse Joel, saltellando impaziente.
«Altroché, angioletti! La vedete la stalla che sto illuminando, quella stalla laggiù dal tetto mezzo sfondato? Dovete sapere che in quella stalla, dove un bue e un asinello hanno steso una coperta di tiepido fiato, è venuto al mondo…»
Stellina prese tempo, in modo da creare un pizzico di attesa.
«…è venuto al mondo il Bambino Gesù» disse infine, gongolandosi per il fatto di essere stata lei a informare le tre creature celesti di un avvenimento così eccezionale.
Uriele, Malachìa, Joel si scambiarono un’occhiata d’intesa. Naturalmente loro erano già stati avvisati che Gesù era nato – non per niente stavano provando il Gloria da cantare ai pastori – tuttavia, per non deludere la stella, fecero finta di essere all’oscuro di tutto.
«È una notizia davvero importante, cara stella cometa!» esclamò Uriele.
«È vero! E meno male che ce l’hai rivelato tu, altrimenti chissà quando l’avremmo saputo che Gesù è nato stanotte in una stalla di Betlemme!» confermò Malachìa, strizzando l’occhio al compagno.
«Ah, stella cometa!» intervenne Joel. «Puoi star certa che d’ora in avanti sarai ricordata come la stella del Natale».
Stellina, fuori di sé per la contentezza, brillò come non le era mai successo.
«Beh, ecco… Io non ho fatto che il mio dovere ad avvisarvi» tentò di schermirsi. «Del resto una notizia simile va diffusa al più presto. Non siete d’accordo?»
«Ma sicuro!!!» ribadirono gli angeli in coro. «Tant’è vero che adesso ci affretteremo ad annunciala ai pastori. Arrivederci, stella cometa, E grazie!»
«Arrivederci, angioletti!» salutò Stellina. «Spiegatelo ai pastori: ci sono qua io a rischiarare la via».
I tre angeli se ne andarono e, mentre si allontanavano, si bisbigliavano l’un l’altro:
«Visto com’era orgogliosa la stella di informarci della nascita di Gesù? Come facevamo a dirle che noi lo sapevamo già?»

La gioia di Amos

Così Uriele, Malachìa, Joel, i tre angeli baciati in fronte dalla stella cometa, arrivarono nel luogo dove alcuni pastori avevano piantato le loro tende.
Presso l’accampamento tutti dormivano. Tutti, tranne Amos, il nonno del piccolo Beniamino, che era di turno per far la guardia al gregge.
«Avvisiamo per primo quell’anziano pastore» propose Uriele, vedendo Amos che sedeva sveglio, appoggiato al dorso di una pecora. «Ci penserà poi lui a svegliare gli altri».
«Va bene!» approvarono Malachìa e Joel.
Subito dopo i tre angeli comparvero dinanzi al pastore, lo avvolsero di luce e, con grande dolcezza, gli dissero:
«Non aver paura di noi! Siamo venuti ad annunciarti una grande gioia».
Lì per lì Amos si spaventò moltissimo e per la paura non comprese il messaggio degli angeli. Soltanto quando la luce che lo aveva avvolto gli penetrò nel cuore, capì il senso delle loro parole. Allora si sentì traboccare di una felicità mai provata prima.

 

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Una missione per Zelda

Fu dunque questo il modo in cui un anziano pastore, il pastore avvolto dalla luce dei tre angeli, ricevette l’annuncio che Gesù era nato.
Un istante dopo aver appreso l’annuncio, Amos aveva già smesso di aver paura degli angeli ed ora si rivolgeva a Uriele, Malachìa e Joel con grande confidenza.
«Vi prego, angeli miei!» li supplicava. «Permettete che sia mio nipote Beniamino a svegliare gli altri pastori per avvisarli di questo evento straordinario. Sapete, lui è il più piccino di tutti, l’ultimo arrivato… Una tale responsabilità servirebbe a conferirgli più fiducia in se stesso».
«Come vuoi, Amos!» acconsentirono i tre angeli. «Avevamo giusto in mente una cosa del genere».
Ottenuta l’approvazione dei messaggeri celesti, il pastore si rivolse alla pecora che gli era servita da cuscino e le gridò, arruffandole il pelo:
«Zelda, Zelda! Presto, corri da Beniamino e raccomandagli di venire subito qui! Devo dirgli che il figlio di Dio è sceso tra noi».

Sveglia, Beniamino!

Nell’udire che Gesù era nato, la pecora accarezzata dall’anziano pastore non si fece ripetere l’invito e lesta zampettò sotto la tenda dove dormiva Beniamino.
«Sveglia, Beniamino! Sveglia!» belò, solleticando il pastorello con il muso. «Tuo nonno ti chiama. Vuole riferirti di persona che Gesù è nato in una stalla qui vicina».
«Chi è che mi fa il solletico?» protestò il pastorello, sollevando una palpebra appesantita dal sonno .«Ah, sei tu! E dai, Zelda, lasciami dormire! Sono stanco morto» mugugnò tra i denti, prima di voltarsi dall’altra parte.
«Ma come? Non hai sentito ciò che ti ho detto?» belò ancora la pecora, insistendo a stuzzicare Beniamino. «È nato Gesù! È nato Gesù!»
A questo punto il pastorello spalancò gli occhi di colpo e balbettò turbato:
«Non mi starai mica prendendo in giro, eh?!»
«No, che non ti sto prendendo in giro!» ribatte la pecora offesa. «E comunque, se non mi credi, non ti resta che alzarti e venire da tuo nonno. Insieme a lui ci sono tre angeli, che non impiegheranno molto a convincerti!»

La profezia si è avverata

Saputo con certezza che Gesù era nato, il pastorello solleticato dal muso della pecora Zelda tornò presso le tende e cominciò a chiamare gli altri pastori.
«Svelti, in piedi!» strillava. «La profezia di cui parlava mio nonno s’è avverata. È venuto al mondo Gesù! Gesù è tra noi: andiamo alla stalla!»
I pastori, ancora insonnoliti, uscirono dalle tende e domandarono preoccupati:
«Perché ci hai svegliati, Beniamino? Qualche bestia feroce ha forse assalito le nostre pecore?»
«Ma no! Ma no!» ripeteva esultando il pastorello. «Tre angeli del cielo hanno appena annunciato al nonno che Gesù è nato».
I pastori si guardarono perplessi, ma proprio in quell’istante risuonò nell’aria il canto degli angeli:
«Gloria a Dio nell’alto dei cieli  e pace in terra agli uomini che egli ama».
«Beniamino ha ragione!» si persuase allora la maggior parte di essi. «Sentiamo che cos’ha da dirci il vecchio Amos, poi rechiamoci al più presto ad adorare Gesù!»
E così, dopo aver ascoltato anche Amos ed essersi messi d’accordo, i pastori partirono con le loro greggi.
Arrivati alla stalla dal tetto mezzo sfondato, vi entrarono in fila l’uno di seguito all’altro.
Poiché era rimasto indietro ad aiutare il nonno che si reggeva a stento sulle gambe, il piccolo Beniamino entrò per ultimo, quando tutti i pastori erano ormai affollati intorno alla mangiatoia.
“Avrei voluto starci io davanti! Sono talmente basso, che da qua in fondo non mi riesce di vedere nulla!” si rammaricò dentro di sé. ” Pazienza! Aspetterò il mio turno per contemplare come si deve il Bambino Gesù”.
Ma ecco che d’un tratto Maria ebbe bisogno d’aiuto e, scrutando tra la folla dei pastori, intravide Beniamino nascosto dietro tutti.
«Ascolta, pastorello!» gli si rivolse allora, dolcissima. «Sì, proprio tu là in fondo! Mi faresti un piacere? Terresti in braccio mio figlio per un momento?»
Beniamino non riusciva a credere che una simile fortuna capitasse proprio a lui. Fissò prima il nonno poi i pastori, che si facevano da parte per lasciarlo passare e intanto lo incoraggiavano:
«Vai, Beniamino! Chi meglio di te, che ci hai avvisati di questo prodigio, potrebbe avere l’onore di prendere in braccio il piccolo Gesù?»
Pallidissimo per l’emozione, Beniamino si fece avanti e tese le mani ad accogliere Gesù Bambino. Quando l’ebbe in braccio, lo guardò con amore e, stringendolo forte al cuore, lo cullò teneramente.
Avvenne così che in quella Notte Santa un umile pastorello ottenne un privilegio grandissimo.
Sì, proprio lui, Beniamino, il pastorello che fu solleticato dal muso di una pecora, che fu accarezzata da un vecchio pastore, che fu avvolto dalla luce di tre magnifici angeli, che furono baciati dalla stella cometa, che fu pizzicata dalle dita della Notte, che fu sfiorata dal fiato del bue e dell’asinello, che stesero sulla mangiatoia una tiepida coperta… lui in persona ottenne il privilegio di stringere tra le braccia Gesù Bambino.

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Testo di Rosalia Mariani, illustrazioni di Franca Trabacchi

SINESTESIA nell’alfabeto

La forma delle lettere maiuscole dell’alfabeto offre alcuni spunti interessanti, per realizzare disegni, per raccontare storie più o meno fantastiche.
Così alcuni bambini, ricollegandosi alla fiaba IL MAGO DELLE VOCALI e utilizzando le lettere della parola SCUOLA ripetute più volte, disegnano un mare di pesciolini (“Perché a scuola si va anche per pescare tante parole nuove…e i pesciolini-parola non è detto che non abbiano il potere – se non di più! – del pesciolino d’oro della fiaba”).
Altri, a partire dal disegno nato dall’iniziale del loro nome, diventano i protagonisti di sequenze narrative ben strutturate.
Ecco allora la torre merlata (“Eh, sì… comincio a disegnarla proprio dai merli, che sono tre M in fila, unite da una linea!”) dove abita la principessa MARTINA, dai lunghi capelli come Raperonzolo, ed ecco la bacchetta magica (“Quattro M unite per le gambe bastano a disegnare la stella…o no?!”) della fata MICHELA e la freccia di ANDREA (“Se la A è la punta della freccia, con la D posso farci anche l’arco?”), ispirata dal suo papà, noto campione di tiro con l’arco.
Per non parlare di VITTORIO, che, a bordo del suo missile luccicante (“Con la V gli disegno la punta. E pure la coda”), immagina di essere un astronauta a spasso nello spazio…e chissà che da grande non lo diventi davvero!

I bambini non si fermano all’aspetto visivo dell’alfabeto, ma giocano ad esplorare la fisicità delle singole lettere attraverso i cinque sensi. In tal modo, accanto a una forma, un colore, un tipo di movimento, attribuiscono alla vocale o alla consonante prescelta anche un suono, un odore, un sapore e la capacità di risvegliare una ben definita sensazione tattile.
Di seguito, alcuni esempi di queste ricerche di sinestesia…in erba.

Francesca (7 anni). La mia A bianca è una vocale canterina, che diventa anche una risata (“Ah, ah, ah!”) ogni volta che le si attacca una H. Profuma di pompelmo e ha lo stesso sapore aspro, perché è a forma di spicchio. Provo a toccarla, ma ho le mani screpolate: ahi, che bruciore!

Giovanni (9 anni). La mia E verde oliva mi sembra molto leggera, perciò sale fino alle nuvole come un palloncino. Prima di intervenire in un discorso, fa: “Emm, emm…scusate!”. Poi, siccome è molto timida, parla sempre a bassa voce, tranne quando non capisce qualcosa (allora chiede: “Eh?”). Spesso sospira (“Eeeh…”) e allora penso che ad assaggiarla sia amara, come tutte le cose tristi.

Valentina (9 anni). Il movimento della mia I grigia è quello di infilarsi dappertutto: scappa via dalle mani, cade sul pavimento e io non la trovo più, perché si è nascosta nello spazio grigio tra le piastrelle. Se non faccio attenzione, appena la tocco mi punge il dito con la sua punta da spillo. Quando singhiozza (“Hi, hi, hi!”), punge anche il cuore di chi l’ascolta…e punge il naso come l’odore dell’ammoniaca.

Oscar (7anni). La mia O, metà rossa e metà marrone, rotola e rimbalza sul muro. Delle volte rimbomba, ma, quando grida a bocca spalancata (“Oh!”), il suo è proprio il rumore di uno schiamazzo. Se la assaggio, ha il sapore dolce del cioccolato e anche il profumo è lo stesso. A toccarla è liscia e tiepida.

Irene (10 anni). Come ulula la mia U tutta blu: “Uuuh, uuuh!” La senti anche tu in questa notte cupa? Si muove a balzi per cogliermi di sorpresa e, non appena la sento, il mio cuore batte forte come un tamburo: che paura! Soltanto a sfiorarmi, o se ci provo io a sfiorare lei, mi vengono i brividi, perché è di ghiaccio. Sa puzza di marcio, come un cibo andato a male, ma il suo sapore non lo so…perché un cibo così, chi è tanto scemo da assaggiarlo?

Caterina (9 anni). La mia L color giallo lucciola (si accende e spegne a intermittenza) come si muove? È talmente leggera, che nell’acqua galleggia… altrimenti – se non la tengo stretta – vola via, lenta come le farfalle o veloce (perché ci sono due L in più) come le libellule. Di solito è silenziosa, anche se, essendo una consonante molto allegra, si potrebbe pensare che canti (“Lallallero!”) di continuo. È vellutata, come il palato che tocco con la lingua quando la pronuncio, e ha il sapore buono di tutte le cose dolci e fresche da leccare: il miele (anche se è un po’ colloso), i leccalecca alla fragola, il gelato.

Paolo (8 anni). La mia R rosso fuoco si muove a scatti, ruggisce rabbiosa (“Grrr!”). Guai a toccarla!.. Piuttosto è lei che mi colpisce alle spalle e mi afferra la mano per farmi sentire quanto è dura e ruvida. Ha l’odore penetrante della terra bagnata. Quando ne mordo un pezzetto, è come mangiare un torrone di sabbia.

Nicola (7 anni). La mia S verde pisello – lucido serpentello nel prato – striscia e sibila. Ha un buon odore: profuma di bagnoschiuma alla menta. Cammino nel prato a piedi nudi e le pesto la coda…uh, com’è viscida e scivolosa!!!

TEMPO LIB(E)RO

Le Parole Magiche,  di Donatella Bisutti, rappresenta un piccolo corso di scrittura creativa da mettere in pratica con i bambini (e non solo). Il libro, che è uno strumento per interagire con la fisicità delle parole, al di là del loro consueto significato logico, fornisce, tra l’altro, un’utile chiave per scrivere poesia.  

IL MAGO DELLE VOCALI (2a parte)

UN GIORNO, GUARDANDOSI ATTORNO, IL MAGO DELLE VOCALI DISSE:
«MI PIACEREBBE AVERE UN GIARDINO, CON TANTE MARGHERITE CHE SBOCCIANO DENTRO LE…»
«DENTRO CHE COSA?» LO INTERRUPPE IL GATTO CURIOSO.
«ASPETTA E VEDRAI!»
SOTTO GLI OCCHI ATTENTI DEL GATTO, IL MAGO PRESE LE CINQUE VOCALI E LE UNÌ PER FORMARE UNA PAROLA:  A I U O E.

«A I U O E ?» RIPETÉ IL GATTO. «MA NON SIGNIFICA NULLA! SEI SICURO CHE NELLA PAROLA A I U O E  NON CI MANCHI QUALCOSA?»
«ORA CHE ME LO FAI NOTARE, CI MANCA UNA LETTERA CHE NON È UNA VOCALE» RISPOSE IL MAGO. «DOVE LA TROVO LA LETTERA MANCANTE?»

IL GATTO SI PASSÒ UNA ZAMPA SUI BAFFI. POI SUGGERÌ:
«PROVA A PETTINARTI COL TUO PETTINE! È O NON È UN PETTINE MAGICO?»
IL MAGO SEGUÌ IL CONSIGLIO DEL GATTO. USÒ QUINDI IL SUO PETTINE MAGICO PER PETTINARSI I CAPELLI E DAI CAPELLI, CHE ERANO LISCI COME SPAGHETTI, SCIVOLARONO FUORI UNA L, UNA S E UNA C.
«QUALE SARÀ QUELLA GIUSTA?» SI CHIESE IL MAGO, OSSERVANDO LE TRE LETTERE DELL’ALFABETO. «VEDIAMO UN PO’! LA PRIMA È UNA L. CHE SIA PROPRIO UNA L LA LETTERA DA AGGIUNGERE ALLE CINQUE VOCALI?»

Disegno

IL MAGO DELLE VOCALI  RACCOLSE LA LETTERA L, CHE IMMEDIATAMENTE ANDÒ AD INFILARSI NELLA PAROLA A I U O E, FACENDOSI LARGO TRA LA O E LA E :  A I U O L E!
«EVVIVA! CI SONO RIUSCITO!» ESCLAMÒ IL MAGO, TUTTO CONTENTO. «ADESSO CHE HO UN GIARDINO CON LE A I U O L E , NON MI RESTA CHE SEMINARE LE MARGHERITE!»
DETTO FATTO IL MAGO DELLE VOCALI SEMINÒ LE MARGHERITE DENTRO LE A I U O L E.

DI LÌ A QUALCHE TEMPO NELLE A I U O L E  DEL GIARDINO DEL MAGO SPUNTARONO TANTE MARGHERITE.

RIESCI A IMMAGINARE COM’È FATTA UNA DI QUESTE MARGHERITE?

ESATTO! LA SUA FACCIA È ROTONDA COME UNA O, IL GAMBO È UNA I E… UN SACCO DI U STANNO AL POSTO DEI PETALI.

Disegno

ANNUSANDO LE MARGHERITE, IL GATTO DISSE AL MAGO:
«LE TUE A I U O L E  FIORITE SONO BELLE, PERÒ QUEI NUVOLONI NERI LASSÙ NON PROMETTONO NIENTE DI BUONO. E SE INIZIA A PIOVERE E NON LA SMETTE PIÙ?»
«SE PIOVE, UN MODO PER FAR TORNARE IL SOLE C’È» RISPOSE IL MAGO.
«AH SÌ? E QUAL È?» DOMANDÒ IL GATTO.
«È SEMPLICE! MI BASTA APPENDERE IN CIELO UNA O GIALLA CON TANTE I CHE FANNO DA RAGGI. OPPURE – COME MI HAI GIÀ SUGGERITO TU – POSSO PETTINARMI COL PETTINE MAGICO E USARE LA S E LA L CHE HO TRA I CAPELLI, PER OTTENERE LA PAROLA SOLE».

Disegno

«È VERO! CON LA L, LA S E LA C CHE SCIVOLANO FUORI DAI TUOI CAPELLI LISCI, QUANDO TI PETTINI COL PETTINE MAGICO, SI POSSONO SCRIVERE LA PAROLA SOLE E ANCHE LA PAROLA CIELO, CHE È LA TELA BLU DOVE STA APPESO IL SOLE» AMMISE IL GATTO, PASSANDOSI LA ZAMPA SUI BAFFI. «MA TUTTE LE ALTRE PAROLE? NON TI SEMBRANO POCHE TRE CONSONANTI PER TUTTE LE PAROLE CHE ESISTONO AL MONDO?»

IL MAGO CI PENSÒ SU E RISPOSE:
«HAI RAGIONE! TRE CONSONANTI SONO POCHE. FORSE PERÒ, SE CONTINUO A PETTINARMI…»

SENZA PERDERE TEMPO, IL MAGO DELLE VOCALI PRESE IL PETTINE MAGICO E COMINCIÒ A PETTINARSI. SI PETTINÒ UNA PRIMA VOLTA, SI PETTINÒ UNA SECONDA E UNA TERZA… NIENTE DA FARE! LE UNICHE LETTERE CHE SCIVOLAVANO FUORI DAI CAPELLI ERANO LA L, LA S E LA C DELLA PAROLA LISCI.

DOPO AVER OTTENUTO UNA FILA INTERMINABILE DI L, UNA FILA DI S E UNA DI C, IL MAGO SI STANCÒ.
«UFFA! QUESTO PETTINE NON FUNZIONA» SBUFFÒ, PESTANDO I PIEDI PER TERRA. «QUASI QUASI LO BUTTO».

IL MAGO STAVA PER BUTTARE VIA IL PETTINE MAGICO, QUAND’ ECCO CHE UNA L, UNA S E UNA C SI COMBINARONO INSIEME A TRE VOCALI PER FORMARE LA PAROLA…
S C U O L A!

IL GATTO ANNUSÒ LA PAROLA A, COME PRIMA AVEVA ANNUSATO LE MARGHERITE. QUINDI SI RIVOLSE AL MAGO E GLI DISSE:
«HAI CAPITO ADESSO DOVE DEVI CERCARE LE ALTRE CONSONANTI?»
«CERTO CHE HO CAPITO!» RISPOSE IL MAGO. «E INFATTI ANDREMO SUBITO A SCUOLA, PER IMPARARE A COMPORRE TUTTE LE PAROLE DEL MONDO».

IL GATTO ANNUÌ. POI SORRISE ALLA MANIERA DEI GATTI.
IL MAGO DELLE VOCALI INVECE, POICHÉ ERA PUR SEMPRE UN MAGO CAPACE DI GIOCARE CON LE LETTERE DELL’ALFABETO, PRESE LA PAROLA SCUOLA E LA TRASFORMÒ IN UNA NAVE PRONTA A SALPARE.

COME CI RIUSCÌ?
È SEMPLICE!
LA LETTERA S DIVENTÒ L’ONDA CHE AVREBBE ACCOMPAGNATO LA NAVE IN ALTO MARE.
LA C E LA L DIVENTARONO LO SCAFO E LA VELA DELLA NAVE.
RIMANGONO LE VOCALI.
SE CON LA O E CON LA U IL MAGO OTTENNE IL TIMONE E L’ANCORA DELLA NAVE, INDOVINA UN PO’ PER CHE COSA ADOPERÒ LA A?
EBBENE, IL MAGO DELLE VOCALI TRASFORMÒ LA A DELLA PAROLA SCUOLA NELLA BANDIERA DELLA SUA NAVE.

Il disegno,  che risulta molto stilizzato, va completato con un tratteggio

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QUANDO ANCHE LA BANDIERA SVENTOLÒ IN CIMA AL PENNONE, IL MAGO RACCOLSE UN MAZZO DI MARGHERITE.
«SONO PER LA MAESTRA E PER I NOSTRI NUOVI AMICI» SPIEGÒ AL GATTO, CHE NON VEDEVA L’ORA DI IMBARCARSI. «ALLORA, VOGLIAMO SALIRE A BORDO E PARTIRE?»

IL GATTO ANNUÌ DI NUOVO E CON UN BALZO SI SISTEMÒ A POPPA.
LEVATA L’ANCORA, IL MAGO DELLE VOCALI AFFERRÒ IL TIMONE E DECISE LA ROTTA.
LUI E IL GATTO SALPARONO COSÌ PER QUELLA CHE SAREBBE STATA UNA STRAORDINARIA AVVENTURA.

IL MAGO DELLE VOCALI (1a parte)

Incomincio da qui, da una fiaba nata dall’incontro con una classe di bambini alle prese con le prime esperienze di lettura della parola scritta. Ad ispirare la fiaba è la forma delle vocali (ma anche di tre consonanti) SCRITTE MAIUSCOLE.
Mi sono soffermata sull’aspetto visivo dell’alfabeto…perché una singola lettera stuzzica l’immaginazione anche solo a guardarla.

Parole in pratica
Suddivido il testo, scritto in caratteri maiuscoli, in blocchi che riporto su singoli cartelloni o slide da leggere insieme ai bambini. Letto il cartellone o la slide, invito i bambini a disegnare ciò che suggerisce la fiaba e disegno io stessa.

IL MAGO DELLE VOCALI (prima parte)

C’ERA UNA VOLTA UN MAGO.
IL MAGO SI CHIAMAVA MAGO DELLE VOCALI, PERCHÉ ERA CIRCONDATO DALLE VOCALI.
LA SUA CASA AVEVA UN TETTO A FORMA DI A E SI TROVAVA AI PIEDI DI TRE MONTAGNE, CHE SEMBRAVANO TRE A MESSE UNA DI SEGUITO ALL’ALTRA.

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LO STESSO MAGO ERA FATTO TUTTO DI VOCALI.
UNA GROSSA O E UNA A ERANO IL TESTONE DEL MAGO E IL VESTITO LUNGO DA CUI SPUNTAVANO LE GAMBE.
TRE O PIÙ PICCINE ERANO GLI OCCHI DEL MAGO E IL SUO NASO A PATATA.
UNA U RIDARELLA E DUE U SORELLINE ERANO LA BOCCA E LE ORECCHIE.
C’ERA POI UNA MANCIATA DI I: ERANO I CAPELLI DEL MAGO, LISCI COME TANTI SPAGHETTI, E UN PAIO DI BRACCIA CON DIECI DITINI.

Disegno

MANCA LA VOCALE E.
GIÀ, DOVE STA LA E NEL MAGO DELLE VOCALI ?
IL MAGO DELLE VOCALI TENEVA LA E STRETTA STRETTA IN UNA MANO: ERA IL SUO PETTINE FATATO, CHE GLI SERVIVA PER COMPIERE DELLE MAGIE MOLTO SPECIALI.

Disegno

ANCHE IL GATTO DEL MAGO ERA FATTO DI VOCALI. SOLO CHE IL SUO CORPO NON ERA UNA A, MA UNA U CAPOVOLTA.
E POI?
E POI GLI OCCHI ERANO DUE O, UNA PIÙ PICCOLA DELL’ALTRA, E IL NASO DISPETTOSO ERA UNA A CON LA PUNTA ALL’INGIÙ.
ANCHE LE ORECCHIE ERANO DUE A. INVECE LA BOCCA, CHE ERA SPESSO UNA U, DIVENTAVA O TUTTE LE VOLTE CHE IL GATTO SBADIGLIAVA!

Disegno

CHE COSA MANCA ANCORA?
CI MANCANO I BAFFI E LA CODA.
BE’, I BAFFI E LA CODA DI UN GATTO FATTO DI VOCALI NON POSSONO CHE ESSERE I!
TRE I PER PARTE, DI LATO AL NASO, ERANO I BAFFI; UNA I SOLA SOLETTA FORMAVA LA CODA.

Disegno

IL MAGO DELLE VOCALI  E IL SUO GATTO TRASCORREVANO BUONA PARTE DEL LORO TEMPO ALL’APERTO.
SPESSO GIOCAVANO A PALLA CON UNA O.

OPPURE IL MAGO APPICCICAVA DUE A PER I PIEDI E COSTRUIVA UN COLORATISSIMO AQUILONE CHE LUI E IL GATTO SI DIVERTIVANO A FAR VOLARE NEL CIELO.

Disegno

A questo punto propongo ai bambini di utilizzare le vocali MAIUSCOLE per disegnare nuovi elementi da aggiungere alla prima parte della fiaba. C’è chi arricchisce il disegno iniziale con un laghetto a forma di O, in cui vive un pesciolino amico del gatto, e chi invece riempie il cielo di farfalle: due A si prestano bene a fare da ali.
Qualcuno pianta un albero di Natale proprio in cima a una delle montagne, mentre il più fantasioso dalla stessa montagna fa rotolare giù un uovo di Pasqua, con tanto di pulcino dentro!

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