Archivio dell'autore: ROSALIA

I capri ricci di Amanda – Capitolo VII

Il gregge ballerino

«Il gregge dei capri ricci è dentro il baule» bela il capretto.
«Sta aspettando il mio segnale».
«E allora daglielo questo segnale!» sbotta Amanda, curiosa di vedere com’è che un baule – per di più pieno di giocattoli – possa contenere un gregge intero di capre.
Sabatino zampetta verso il baule e con le corna bussa sopra il coperchio abbassato.
Dopo un toc, toc, che Amanda riconosce per il rumore che l’ha spaventata, il baule si muove. Poi si rovescia su un lato e dal suo interno balzano fuori un’infinità di capretti, a pelo rosso e ricciuto.
«Quanti!!!» si stupisce Amanda.
«Sono tanti quanti sono i tuoi capricci, bambina! Non uno di più, non uno di meno» replica il capretto con le scarpe.
«E hanno tutti il tuo pelo!» aggiunge Amanda.
«Il mio pelo e i tuoi capelli, prova evidente che ti appartengono tutti».
I capri ricci usciti dal baule corrono e saltano per la stanza, contenti di potersi finalmente sgranchire le zampe.
«Era ora!» belano alcuni. «Non ne potevamo più di stare rinchiusi in quella scatola».
Due tra i più scalmanati si arrampicano in cima all’armadio e Amanda teme che possano farsi male.
«Attenzione a non cadere!» si raccomanda.
Uno dei due le rivolge un belato che sembra una burla.
«Ma dai, che non cadono! Noialtri siamo abituati a scalare le montagne!» la tranquillizza Sabatino. «E poi, non hai capito chi sono quei due capri ricci?»


«No davvero! Sono tutti uguali».
«Ti ricordi quando hai fatto i capricci al Luna Park per salire sulle montagne russe e sulla ruota panoramica?»
«Mi ricordo si!» mugugna Amanda. «È stato un mese fa. Papà si è rifiutato di accompagnarmi sulle giostre con la scusa che soffre di vertigini».
«Per l’appunto! Ebbene i due capri ricci sull’armadio sono proprio loro: il capriccio delle montagne russe e quello della ruota panoramica».
Amanda riesamina i due capretti che adesso si stanno prendendo a cornate. Ma, per quanto si sforzi, non nota nulla che li distingua dagli altri.
«Boh! Sarà che a me i capricci prudono tutti alla stessa maniera!» conclude con un’alzata di spalle.
Nel frattempo un capro si accosta a Sabatino e, accortosi delle sue scarpe, bela con un vocione tonante:
«Per tutte le barbette ispide! Venite a vedere, presto! Ehilà, Sabatino!» si rivolge quindi al diretto interessato. «Che novità è questa, che tu calzi le scarpe e noi no?»
«Oh bella!» esclama Sabatino. «Calzo le scarpe perché sono il capriccio delle scarpe».
«Che c’entra? Anch’io sono il capriccio del berretto a strisce, eppure sopra le corna non indosso nulla!»
«E io sono il capriccio dei pantaloni con le frange, ma i pantaloni non li ho» si fa avanti un terzo capretto. «Dunque, come la mettiamo?»
In un attimo Sabatino si trova circondato dai capri ricci, che gli si avvicinano sempre di più, per vedere meglio le sue scarpe gialle. Qualcuno gli si avvicina così tanto, che gliele sfiora con il muso. Qualcun altro gliele lecca addirittura.
«Mmm, buone! Hanno un sapore di vaniglia».
«Calma, amici! State al vostro posto!» si difende Sabatino. «Ho le scarpe, d’accordo, ma sono un capro riccio come tutti voi. E poi non dimenticate che sono stato io a darvi il segnale di via libera».
«Guarda che nessuno di noi ha intenzione di farti del male, Sabatino!» interviene il capro del berretto a strisce.
«Si, noi siamo solo curiosi di osservare le tue scarpe da vicino» gli fa eco quello che era stato il capriccio dei pantaloni con le frange.
«Be-e-eee, se è così vi mostrerò qualcosa a proposito delle mie scarpe, che vi lascerà senza parole» bela Sabatino, dopo aver tirato un sospiro di sollievo. «Amanda, a te l’onore di far partire la musica!»
Amanda, che fino all’ultimo ha temuto l’esplosione di un litigio caprino, è ben lieta di aiutare Sabatino. Veloce, si affretta a pigiare il bottone, che è posto sotto la fibbia di ciascuna scarpa gialla.
Non appena vengono accese, le fibbie diffondono le note di un motivetto vivace e i capri ricci, trascinati da un impulso irresistibile, cominciano tutti a ballare.

I capri ricci di Amanda – Capitolo VI

Un intruso nel baule

A notte fonda Amanda viene svegliata da un rumore.
«Chi è? Cos’è stato?» esclama, rizzandosi a sedere sul letto.
La casa è avvolta nel silenzio. Tutti dormono. Dormono mamma e papà, dorme Robertino… Anche i personaggi delle Storie di latte e di formaggini se la dormono, beatamente pigiati tra le pagine del libro.
All’improvviso Amanda si ricorda di loro, così accende la luce e si guarda intorno.
Il libro giace chiuso sul pavimento e Amanda lo raccoglie.
«Sapessi che sogno buffo mi hai fatto fare!» gli confida, come se il libro potesse sentirla. «Mi sono sognata che i personaggi delle tue storie si staccavano dalle pagine e… Beh, lasciamo stare! Adesso è ancora notte, e io devo continuare a dormire».
Dopo aver appoggiato il libro sul comodino, Amanda spegne la luce e si riaggiusta sotto le coperte.
Toc, toc!
Il rumore è più forte di prima e per di più accompagnato da una voce flebile, che  somiglia al pianto di un neonato.
Amanda si risveglia di soprassalto e riaccende la luce.
«Che sia Robertino che ha fame?»
Scesa dal letto, si dirige verso la porta della camera, quando il rumore si ripete per la terza volta.
Ora Amanda non ha dubbi: il rumore non proviene da fuori, ma dalla sua cameretta e precisamente dall’interno del baule che  contiene i giocattoli.
Toc, toc!
Spaventatissima, Amanda corre a rifugiarsi nel letto mentre un pensiero terribile le attraversa la mente.
“E se nel baule c’è un mostro che è venuto apposta per portarmi via?”
A un tratto il coperchio del baule si solleva, giusto il tempo di lasciar uscire… indovinate chi?
Amanda si stropiccia gli occhi incredula, poi li spalanca di nuovo. Ma sì, hai visto giusto! C’è proprio un capretto rosso a pelo riccio, un capretto provvisto di corna e barba. È stato lui a belare un attimo prima nel baule. Altro che dar la colpa a suo fratello!
«Salve be-e-e-ella bambina! Sono capro Sabatino» si presenta il capretto.

 

Amanda vorrebbe spiccicare una frase, perlomeno un saluto. La sorpresa però le ha congelato la lingua, sicché se ne resta muta, a bocca spalancata, e fissa il capretto dalla punta delle corna al fondo delle zampe.
Arrivata alle zampe, un particolare le pizzica la lingua e gliela scioglie. Non del tutto – intendiamoci! – ma quanto basta per pronunciare quattro parole:
«Tu porti le scarpe!!!»
«Perché? Trovi che mi stiano male?» bela il capretto.
«Oh no! Non è per questo»  risponde Amanda, a cui la lingua si è ormai sciolta completamente. «È solo che le tue scarpe sono identiche alle scarpe che volevo io!»
«Per forza! Sono il tuo capriccio delle scarpe gialle con la fibbia che suona. Quali altre scarpe avrei potuto calzare?»
«Sei un ca-ca-capriccio?» balbetta Amanda.
«Non un capriccio qualsiasi, bimba cara! Un tuo capriccio! Non ti sei accorta che io e te abbiamo gli stessi riccioli di fuoco?»
Amanda si afferra una ciocca di capelli e la confronta con il pelo del capretto: in effetti capelli e pelo sono rossi e ricciuti allo stesso modo.
Sbalordita, torna a fissare il muso aguzzo del capretto e non riesce a capacitarsi di come un suo capriccio sia potuto diventare una capra.
Il capretto, stanco di essere fissato, la ricambia con un belato infastidito:
«Be-e-eee, che hai da fissarmi? Non hai mai visto una capra?»
«No, cioè si! Una capra l’ho vista. È un capriccio che si è trasformato in capretto che non ho mai visto!»
«Be-e-eee, c’è sempre una prima volta» bela ancora il capretto. «E comunque ti ci abituerai: c’è un intero gregge che ti aspetta!»
«Un gregge addirittura? Ma come? Non sei l’unico capretto?»
«Eh no, cara! Tu di capricci ne hai fatti a bizzeffe, perciò c’è un capro riccio per ogni tuo capriccio».
Ripensandoci, Amanda è costretta ad ammettere che il capretto non ha tutti i torti: di capricci ne ha fatti parecchi davvero, almeno una ventina solo nell’ultima settimana!
«D’accordo, Sabatino!» risponde quindi con un sospiro. «Dove sta questo gregge?»

I capri ricci di Amanda – Capitolo V

Storie di latte e di formaggini.

Il sabato sta finendo e Amanda è pronta per andare a letto.
Prima  di  infilarsi  sotto  le  lenzuola, prende il libro regalatole da nonno Osvaldo e propone alla mamma:
«Ne leggiamo insieme qualche pagina?»
La mamma sbadiglia.
«Stasera no, ti prego. Amanda! Robertino mi ha fatto passare una notte in bianco e ho un sonno che….»
«Va bene, non importa!» taglia corto Amanda. «Vorrà dire che mi leggerò il libro da sola».
La mamma, che si aspettava un altro capriccio, si meraviglia dell’arrendevolezza di Amanda ed è lì per lì  per cambiare idea. Ma  alla fine la stanchezza ha il sopravvento, così se ne va a dormire, ringraziando il cielo di non dover sostenere un nuovo scontro.
«D’accordo, leggine  pure  un  po’  da sola, senza  far tardi!» conclude  nel dare la buonanotte ad Amanda. «E  non  ti  preoccupare, se  ti  addormenti  con la luce  accesa! Tanto  ci  pensa  papà a spegnerla.»
Amanda risponde di sì e si sistema seduta sul letto, con il librio appoggiato sulle ginocchia.
In  realtà  un  mezzo pensiero di  sfogare l’ultimo  capriccio le era  saltato  in  mente. Poi,  però, il pensiero  le  è subito  rimbalzato  via, perché  anche  i  capricci – a  forza di  prudere  per  tutto il giorno – arrivano a sera che son distrutti.
Dopo aver schioccato il bacio della buonanotte alla mamma, Amanda sfoglia le pagine del libro.
“Siccome  è una  raccolta  di  storie diverse, non  è  necessario  leggerlo  dalla  prima  pagina. Da quale storia comincio?”
La  scelta  non  è  facile. Tutte  le fiabe  sono  illustrate  da  disegni bellissimi e Amanda vorrebbe leggerle tutte.
Così  ora non  sa se partire dalla storia della Principessa Biancaluce, che abbaglia con la sua pelle candida  come  il  latte  o  da  quella  del  Nano  Ciabattino, il  nano che  costruisce comodissime pantofoline di burro.
«E  se  iniziassi con  Le avventure del Folletto Soldo di Cacio e della fatta Mozzarella?»  esclama ad un tratto,   parlando  ad   alta  voce.  «Mi  sono  sempre   piaciute   le  fiabe  che raccontano  di  fiabe  e folletti. Ma no!» dichiara  un  attimo dopo . «Dev’ essere più  divertente  la  storia di Re Puzzone,  il re  goloso  di  gorgonzola  che  non  trova  moglie per via del suo alito pestilenziale. Oppure la storia della Torre di Groviera o magari quella…»
Amanda è davvero confusa.
«Dal   momento  che   tutte  le  storie  hanno  a  che  fare  con  latte  e  formaggio,  mi   conviene sceglierne una a caso» decide alla fine. «La sceglierò così: aprirò il libro a una pagina qualunque e dove capita, capita!»
Amanda  chiude  il libro  di colpo  ma, quando  sta  per riaprirlo, il libro le scivola di mano e cade per terra.
Si  sente un tonfo e… magia! I protagonisti  delle  store  si  animano,  si staccano  dalle figure sul libro e sfilano in processione attorno al letto di Amanda.
Davanti agli altri, vien cantando Biancaluce, con un vestito tutto trine e merletti e una corona di rose bianche  tra  i  capelli.
«Leggi  la  mia,  leggi  la  mia!» squilla  la  sua  vocina d’argento. «La mia storia  è la  più bella  di tutte».

«Macché! È  la  mia  storia  quella  che  devi conoscere per prima» gracchia un nano barbuto che porta  una  cesta  piena di pantofoline di burro. «Prendi  il  libro  a pagina 7! Con la pagina 7 devi cominciare».
«Non   facciamo   scherzi,  ragazzi!» si   intromette   un   personaggio   con   i   baffi   spalmati   di gorgonzola.  «La precedenza spetta a me, il Re Puzzone
«Ohibò!   Da   quando   in   qua   fate   e   folletti   sono all’ultimo   posto?»  squittisce   un   omino seminascosto  da  un  enorme  cappello  a punta, che avanza al braccio di una donna molliccia e tenera come una mozzarella di bufala.
Amanda non crede ai propri  occhi  e  alle proprie orecchie. Non crede neanche al proprio naso, che avverte distintamente odor di formaggio.
«Non può  essere che  un sogno.  Un sogno  che  puzza di  formaggio,  ma  sempre un sogno» mormora in un soffio. «Certamente!» ripete a se stessa, prima di crollare  sul cuscino.  «Io sto già dormendo e questo è il mio sogno».

I capri ricci di Amanda – Capitolo IV

L’ora della merenda

«E  tu  preferisci  un  cappuccino  o  una  tazza  di  cioccolata?»  chiede  la  mamma  ad  Amanda.
Amanda alza le spalle.
«Non mi va né l’uno, né l’altra».
«Non ti va il cappuccino che  prepara la  tua mamma?» si stupisce nonno Osvaldo. «Ma questo è inconcepibile! Nessuno – e sottolineo nessuno – può  resistere  a  una  simile bontà. Non ti senti bene, per caso?» continua a dire, toccando la fronte di Amanda.
«Sto benissimo! È solo che oggi non si va di far merenda».
«Almeno  assaggia  i  miei  biscotti!  Il  fornaio  mi  ha  assicurato  che  gli sono riusciti meglio del solito».

Nonno  Osvaldo  indica   il  vassoio  appoggiato  sul  tavolo,  ma  Amanda  non  lo  degna  di  uno sguardo.
«Per mille  pifferi  stonati! Rifiuta pure i biscotti!» esclama  il nonno, scandalizzato. «Giulia, non è che tua figlia sta male per davvero?»
«Niente  affatto,  nonno! Amanda  sta benissimo» ribatte  la  mamma.  «Ogni  tanto le piace fare qualche capriccio, ecco tutto! Tu intanto bevi il tuo cappuccino, che ti si raffredda!»
Nonno Osvaldo annuisce e sorseggia piano il cappuccino.
«Delizioso!»  dichiara  soddisfatto,  leccandosi  i  baffi. «Come lo prepari tu, non è capace di farlo neanche Tonino del bar sotto casa».
Adesso  il   nonno  ha  la   punta  del  naso   ricoperta  di  schiuma,  sicché  Amanda  lo  fissa  con insistenza.
«Che vi dicevo?» si giustifica allora, passandosi  il tovagliolo sul viso.  «Il  mio naso è un tuffatore  nato.     Anzi,    dopo  l’abituale   tuffo   del  sabato   nella schiuma  del  cappuccino,   funziona   a  meraviglia. Sniff, sniff…» e  il  nonno  annusa vistosamente i biscotti nel vassoio. «Il fornaio aveva ragione. Questi biscotti devono essere squisiti. Perché non ne prendi uno, Amanda?»
«No!»  risponde  Amanda.   «Io   volevo  i  biscotti  ricoperti  di  zucchero  a  velo.  Questi  non  mi piacciono!»
«Se ricordo bene, sabato scorso hai detto esattamente il contrario» interviene il papà.
«Infatti!» conferma la mamma.
Non mi importa quello che ho detto sabato scorso! Oggi mi vanno i biscotti ricoperti di zucchero a velo» ripete Amanda cocciuta.
«Senti un po’, signorina, non è il caso che tu la finisca con i capricci?!»
Dal  tono  di voce, Amanda capisce che la mamma ricomincia ad arrabbiarsi. Il capriccio che le si è annidato tra i riccioli però le prude troppo, perché possa farlo tacere.

Sta per rimbeccare la mamma, quando il nonno la interrompe con una delle su frasi bizzarre.
«Ah, se  ogni  capriccio  diventasse  un  capretto!!!  Ve  lo  immaginate? Io sì. I capretti di Amanda sarebbero i più graziosi di tutti. Avrebbero il pelo riccio e rosso come i suoi capelli».
Mamma e papà si scambiano un’occhiata.
“Che  tipo  nonno  Osvaldo!”  pensa  la  mamma. “Era  già  strampalato  quando  era  soltanto un nonno. Ma da quando è diventato bisnonno…. Chi lo tiene più?”
Il  capriccio  di  Amanda  invece  sembra  disposto a quietarsi: a lui questa idea di trasformarsi in capretto non dispiace per niente. Così resta buono ad ascoltare il nonno Osvaldo che racconta. Racconta  di  quell’estate lontana , in cui – poco  più  che  bambino – si ritrovò a far la guardia ad un gregge di capre.

«Le chiamavo  tutte  per nome» spiega  nonno Osvaldo, con gli occhi lucidi di nostalgia. «C’erano la Lola, la Gina e il vecchio Generale, un caprone con le corna spezzate a furia di cozzarle contro i sassi  del  pascolo. C’era  pure  Dorotea, che era la mia capretta preferita. La rivedo come fosse ora:  rimaneva  incantata, smettendo  addirittura  di  brucare, non appena suonavo il piffero che avevo costruito con le mie mani».
Amanda  si  beve  le  parole del nonno  ad  una  ad  una, finché  anche  lei non rivede la capretta Dorotea, intenta  ad  ascoltare  un  bambino che suona. Allora allunga una mano sul vassoio per prendere un biscotto. E, mentre lo addenta, pensa ad alta voce:
«Però, nonno… Quanti ricordi per una tazza di cappuccino!»

I capri ricci di Amanda – Capitolo III

Nonno Osvaldo

«Chi è?»
«Sono io. Sono nonno Osvaldo».
Nonno Osvaldo è il nonno di Giulia, la mamma di Amanda, e ogni sabato pomeriggio si presenta alla stessa ora con un vassoio di biscotti appena sfornati.
«Non è troppo tardi per far la merenda tutti insieme, vero?!» si informa, non appena varca la soglia di casa.
«Oh no, nonno! Sei puntuale come sempre» è l’immancabile risposta della nipote. «Adesso ti preparo un bel cappuccino con sopra una montagna di schiuma».
Nonno Osvaldo posa il vassoio di biscotti e si frega le mani soddisfatto: alla sua età – 87 anni suonati – le abitudini sono una cosa a cui non si rinuncia facilmente, soprattutto l’abitudine di bere un cappuccino in compagnia della propria famiglia.
Quest’oggi nonno Osvaldo è allegro più del solito. Oltre al vassoio di biscotti, ha portato un libro illustrato, che non vede l’ora di regalare ad Amanda.
«Amanda, dove sei? Dov’è la mia pronipote preferita? Vieni, che ho un regalino per te!»
Amanda arriva, scura in volto.
«Che faccia, per la miseria!» esclama il nonno. «Ti hanno forse costretto ad ingoiare pâté di verme in salsa rancida?»
«Pâté di verme in salsa racida?» ripete Amanda con tanto d’occhi. «Ma che cosa inventi, nonno?!»
«Perché? Non ne hai  mai assaggiato neanche un cucchiaino?»
«Certo che no!»
«Strano! Avrei giurato il contrario. Allora, che è quella faccia? Sfogati! L’unico orecchio che non mi si è ancora guastato è a tua disposizione».
Il nonno le porge l’orecchio sano e Amanda non si fa ripetere l’invito.
«Sono arrabbiata, perché la mamma non ha più tempo per nessuno, fuorché per Robertino» tira fuori tutto d’un fiato.
«Per mille pifferi stonati!» ribatte il nonno, fingendo di mostrarsi molto turbato. « Vuoi dire che non ha più tempo neppure per il mio cappuccino?»

nonno-osvaldo

«Tranquillo, nonno Osvaldo!» si intromette il papà. «Giulia è di là che cambia Robertino, ma adesso viene subito. Amanda esagera sempre».
«Ah, per fortuna! Ormai il mio vecchio naso» e il nonno arriccia il naso a peperone, «s’è abituato a fare un tuffo dentro la schiuma di cappuccino, il sabato pomeriggio. Chi l’avrebbe persuaso a trovarsi un altro passatempo?»
Le smorfie e la battuta di nonno Osvaldo non ottengono il risultato sperato, perché Amanda non se ne cura affatto e risponde:
«Non sono io che esagero. È la mamma che non gioca più con me».
Il nonno allora decide di cambiare la tattica. Diventa serio e dice:
«Devi avere pazienza, piccola mia! È normale che, quando nasce un fratellino, un bambino si senta un po’ trascurato. Capita a tutti».
«Non è vero! A Valentina ne sono nati due di fratellini, ma lei non si sente trascurata per niente».
«Due fratellini addirittura?»
«Si, due fratellini in un colpo solo. La mamma di Valentina ha avuto due gemelli: Alan e Kevin».
«Alan e Kevin… Però!» commenta il nonno. «Io invece credo che con due fratellini la tua amica Valentina si senta trascurata il doppio di te».
Amanda ci pensa su.
«Beh, insomma… Non lo so!» sbuffa. «E comunque la mamma di Valentina la riempie di regali».
«Se è solo questione di regali, te ne ho giusto portato uno. Si tratta di un bel libro illustrato, che mi ha colpito per il sui titolo».
Il faccione di nonno Osvaldo si illumina, mentre estrae il regalo da una borsa per consegnarlo alla nipotina.
Amanda afferra il libro e, dopo aver letto le parole stampate sulla copertina, è indecisa se rallegrasi oppure no. Il libro si intitola: Storie di latte e di formaggini.

I capri ricci di Amanda – Capitolo II

Un impiastro di fratellino

Non appena la mamma apre la porta di casa, le viene incontro il papà.
«Siete tornate, finalmente!» sbotta sollevato. «Robertino inizia ad avere fame e io non so più come calmarlo».
Amanda entra in casa senza salutare. È spettinata, con il muso lungo e il papà capisce al volo che qualcosa non va.
«Che ti è capitato, piccola?» domanda premuroso. «E le scarpe? Le hai trovate o no queste scarpe?»
«Lascia perdere. Andrea!» interviene la mamma. «Amanda mi ha fatto arrabbiare, così niente scarpe. Figurati! Si era impuntata di comprarsi un paio di ridicolissime scarpe gialle con la fibbia che suona».
«A me piacevano!» grugnisce Amanda, prima di correre a rifugiarsi in camera sua.
Papà alza gli occhi al cielo.
“Le passerà” pensa. “È uno dei suoi soliti capricci”.
La mamma intanto si accosta alla culla, dove Robertino si dimena piagnucolando.
«Eccolo qui il mio ometto che è tanto, tanto affamato!» gli sussurra dolcemente.
Robertino riconosce la mamma e cessa di piagnucolare. Emette una specie di trillo e agita le manine, per farsi tirar su.
«Ti prendo subito, tesoro!» lo rassicura la mamma, chinandosi sopra di lui.
Quando la mamma comincia ad allattare Robertino, ricompare Amanda. Ora ha i capelli raccolti in una coda e il viso lieto: del suo capriccio non c’è più neppure l’ombra.
«Quanto mangia!» commenta, avvicinandosi alla mamma.
La mamma, che in fatto di capricci ha la memoria corta, sorride e risponde:
«Tutti i bambini appena nati devono mangiare molto per poter crescere sani e robusti. Anche tu, sai, eri sempre affamata».
«E mi davi il tuo latte come fai con Robertino?»
«Te l’ho già spiegato, Amanda. Sicuro che ti davo il mio latte! Da piccola eri ghiottissima di latte. Non come adesso che, per costringerti a berne un bicchiere, divento matta!»
In effetti da qualche tempo Amanda non vuol più saperne né di latte né di formaggio, nonostante la mamma si ostini a ripeterle che latte e formaggio sono alimenti indispensabili.
«Quello che bevo adesso non è mica latte di mamma! Forse il latte di mamma ha un sapore tutto speciale» controbatte Amanda, osservando il fratellino di tre mesi che succhia dal seno, avido e beato.

capitolo-2-a

Improvvisamente si diffonde un odore inconfondibile.
«Mi sa che l’ha fatta di nuovo» dichiara Amanda, annusando l’aria con disgusto.
La mamma annuisce.
«Eh si! Ho proprio l’impressione che il nostro maialino si sia sporcato di nuovo».
Come se avesse capito che stanno parlando di lui, Robertino si stacca dal seno della mamma e guarda Amanda, Poi, con un gorgoglio, rigurgita una boccata di latte.
«Bleah!!!» reagisce Amanda. «Non ti fa un po’ schifo, mamma?»
Mentre asciuga la bocca di Robertino, la mamma sospira.
«Che vuoi, Amanda, noi mamme siamo abituate a questo genere di schifezze! È sicuro che adesso il signorino va cambiato da cima a fondo. Cosa ne diresti di darmi una mano?»
Amanda pronuncia un sì. Ma è un sì poco convinto perché le prude un nuovo capriccio e, quando un capriccio prude, si sa che bisogna dargli la possibilità di esprimersi.
Ad un tratto il capriccio diventa incontrollabile, per cui Amanda si rimangia il sì e sbotta:
«Per la verità io ero venuta a chiederti un’altra cosa. Volevo che tu mi aiutassi a costruire un treno!»
I treni sono la grande passione di Amanda, che si diverte a costruirli con i mattoncini delle costruzioni.
«Semmai ti aiuto più tardi» risponde la mamma. «Prima devo cambiare Robertino».
«Uffa! Ma io voglio giocare subito» ribadisce Amanda, alzando la voce.
«Vedi bene che subito non è possibile. Prova a chiederlo a papà!»
«Io non voglio papà! Voglio te e adesso!»
Le parole di Amanda escono come un grido, tanto che Robertino, spaventato, si mette a frignare.
«Su, su, non piangere!» prova a calmarlo la mamma.
Richiamato dal baccano, sopraggiunge il papà.
«Si può sapere che cosa succede?»
«Succede che, per colpa di quell’impiastro, la mamma non ha più tempo di giocare con me!» urla Amanda, diventando tutta rossa come i suoi capelli.
La mamma fissa il papà e il papà fissa la mamma. Nessuno dei due però riesce a dir nulla, perché proprio in quel momento qualcuno suona alla porta.

capitolo-2-b

I capri ricci di Amanda – Capitolo I

Scarpe gialle, capelli di fuoco

Davanti alle scarpe nuove che la mamma le consiglia di provare, Amanda scuote la testa e annuncia risoluta:
«Quelle non le voglio! Io voglio le scarpe gialle con la fibbia che suona».
«Via, Amanda!» insiste la mamma. «Se non ti piacciono le scarpe con le stringhe, puoi sceglierne un altro paio con il velcro. Oppure queste qui, di vernice blu. Guardale! Non sono un amore?» La mamma prende le scarpe blu dallo scaffale e le porge alla piccola Amanda.
Le scarpe luccicano. Luccicano così tanto, che pare dicano: «Compraci, Amanda! Compraci!»
Ma Amanda è irremovibile:
«Ormai ho deciso. O le scarpe gialle o niente!»
«Le scarpe con la fibbia sonora sono l’ultima novità» spiega la commessa. «È la moda signora!»
«Sarà anche la moda, mia figlia però ha bisogno di un paio di comunissime scarpe blu da indossare a scuola» replica la mamma. «E tu, muoviti!» continua, rivolgendosi ad Amanda. «Prova le scarpe di vernice!»
Amanda gira il viso di lato e nello scatto il fermaglio che le trattiene i capelli in una coda si sgancia. Una cascata di riccioli rosso fuoco la trabocca giù dalle spalle.
«No e poi no, che non le provo!» ripete, incrociando le braccia sul petto.
In un ultimo tentativo, la mamma si china e fa per slacciarle una scarpa.
Ma Amanda si oppone, picchia il piede sul pavimento e, strillando con quanto fiato ha in gola, protesta:
«Se non mi compri le scarpe gialle, piuttosto vado scalza!»
Alla reazione di Amanda la commessa tossicchia imbarazzata, un ragazzino che sguazza in un paio di scarpe da tennis – tre numeri più della sua misura – ride, la mamma invece….
Beh, la mamma si sente ribollire di rabbia, perché non è la prima volta che Amanda si comporta in questo modo.
Cercando di controllarsi, raccoglie da terra il fermacapelli. Quindi si alza e risponde:
«D’accordo, monella! Siccome oggi non ho intenzione di cedere ai tuoi capricci, ce ne torneremo a casa senza comprare nulla».
Amanda tenta di ribattere, ma la mamma non gliene dà  il tempo.
Riconsegnate le scarpe di vernice alla commessa, la trascina per un braccio fuori dal negozio.

amanda-i

Dopo un’ultima occhiata alle scarpe gialle esposte in vetrina, Amanda è costretta a salire in macchina. Più imbronciata che mai e con i riccioli di fuoco che le danzano intorno al viso, prende posto sul sedile posteriore.
«Legati i capelli, che così mi sembri una piccola strega!» le ordina allora la mamma, lanciandole il fermaglio.
Ohi, ohi! Quando la mamma la chiama piccola strega, significa che è molto arrabbiata. Amanda lo sa, e sa anche che è venuto il momento di dare un taglio ai capricci.
Eppure il capriccio di oggi non riesce a scrollarselo di dosso. Forse perché ci teneva proprio a possedere un paio di scarpe con la fibbia musicale, da mostrare a Valentina.
Valentina ogni mattina arriva in classe con una novità: il temperamatite che si accende di scintille, la gomma per cancellare che fa le linguacce… Per una volta Amanda avrebbe voluto essere lei a sorprendere Valentina con un paio di scarpe eccezionali.
Sta di fatto che adesso Amanda ignora il fermaglio. Anzi, si arruffa di proposito i riccioli ribelli e borbotta:
«No! I capelli non me li lego, perché non mi hai comprato le scarpe che volevo».
«Ascoltami bene! Quelle scarpe sono veramente ridicole» dice la mamma, fissando Amanda dallo specchietto retrovisore. «Pretendi che ti mandi a scuola a fare il pagliaccio?» Quanto ai capelli, bada che un giorno o l’altro non provveda ad accorciarteli con un paio di forbiciate!»
Ad Amanda le ragioni della mamma non interessano neanche un po’. Tanto meno la preoccupa la sua minaccia di tagliarle i capelli.
«Io le volevo lo stesso!» conclude perciò immusonita, da dietro i riccioli che le scendono sugli occhi.

I pastelli grigi di Streghetta

I pastelli grigi di Streghetta

Streghetta fissò i pastelli grigi nuovi di zecca, allineati nell’astuccio, e scosse la testa.
«Sei proprio sicura che non si possano aggiungere dei pastelli di un altro colore?» chiese alla mamma, mentre richiudeva l’astuccio. «In fondo mi accontenterei di un rosso e di un bel verde brillante».
«No, Streghetta! La regola della scuola parla chiaro: non sono ammessi altri colori, fuorché il grigio» rispose la mamma.
«Ma scusa, mammina! Che razza di regola è questa? E poi lo sai che io adoro i papaveri. Come li coloro i papaveri, se non ho i pastelli rosso e verde?»
La mamma smise di lucidare il manico della sua scopa volante e afferrò Streghetta per un braccio.
«Ascoltami bene!» ordinò con un tono di voce, che non ammetteva repliche. «Stai per frequentare la migliore scuola per streghe che esista. Hai forse intenzione di finire nei guai per due stupidi pastelli?»
«Oh no che non voglio! È solo che a me il colore grigio non piace neanche un po’».
«E allora vedi di fartelo piacere! Anche perché ormai stai diventando grande ed è tempo che tu impari una cosa: le streghe, quelle autentiche, vedono tutto il mondo colorato di grigio!»
Prima che Streghetta potesse ribattere, la mamma la issò a cavallo della scopa.
«È ora di andare adesso!» annunciò severa, mentre prendeva posto vicino alla figlia e indirizzava la scopa verso la finestra aperta. «A meno che tu non voglia arrivare in ritardo già il primo giorno di scuola, sarà meglio che ci sbrighiamo».
La scuola per streghe non poteva essere che grigia. Grigie erano le pareti, grigio il pavimento, grigi persino i banchi e le sedie. Era grigia anche la maestra: una vecchia strega sdentata, con una orribile verruca sul naso e un paio d’occhietti miopi, che si intravedevano appena dietro le lenti affumicate degli occhiali.
«La formula magica che imparerete oggi, ve la insegnerò più tardi. Intanto vorrei vedere come ve la cavate con i vostri pastelli» disse la maestra, subito dopo aver fatto l’appello. «Avanti. signorine! Perché non mi disegnate qualcosa di grigio?»
Venticinque piccole streghe si misero immediatamente all’opera e ben presto la classe fu invasa da una fitta nebbia grigia, perché era proprio la nebbia ciò che la maggior parte delle streghe aveva disegnato.
Soltanto Streghetta era rimasta indietro ed ora osservava i suoi pastelli nuovi, che erano tutti della stessa tonalità di grigio.
“Se almeno ci fosse un grigio più chiaro e uno più scuro… invece questi pastelli sono tutti uguali!” pensava perplessa, senza decidersi ad iniziare il disegno. “A meno che… ci sono! Darò a ciascun grigio un nome diverso!”
Soddisfatta dell’idea che aveva avuto, Streghetta prese i pastelli ad uno ad uno e, rigirandoseli tra le dita, bisbigliò: «Questo, per esempio, potrebbe essere un grigio-elefante. Quest’altro invece è un grigio-delfino. Riguardo a questo qui… sì, non ci sono dubbi: si tratta di un grigio-topo!»
Detto fatto, Streghetta disegnò un elefante e disegnò un delfino. Poi, quando li ebbe colorati per bene, completò il disegno aggiungendovi un topo campagnolo. Disegnò cioè le uniche cose che si potevano colorare con un pastello grigio-elefante, con un pastello grigio-delfino e con uno grigio-topo.
«Beh, nonostante siate grigi e a me il grigio non piaccia, siete sempre meglio della nebbia!» si consolò, non appena l’elefantino, il delfino, il topo presero vita come già era avvenuto per i nuvoloni di nebbia grigia disegnati dalle compagne. «Ehi! Ma che cosa fate adesso?»
Streghetta non credeva ai propri occhi.
All’improvviso ciascuno dei tre animaletti era salito in groppa ad un pastello grigio, che ora volava per la classe diffondendo attorno a sé una scia di colori.
Così il pastello grigio-elefante, cavalcato dall’elefantino, colorò il soffitto e le pareti con i gialli e i verdi della savana in cui vivono per l’appunto gli elefanti, mentre il pastello grigio-delfino lasciò le tracce dei colori del mare: blu, azzurro, turchese.
Solamente il pastello grigio-topo rimase immobile per un attimo, sospeso nell’aria. Quando però partì a razzoi con a bordo il suo topolino campagnolo, Streghetta fece una capriola per la contentezza: grazie al pastello stava fiorendo qua e là, tra le macchie degli altri colori, il rosso acceso dei papaveri che sono appena sbocciati!

 pastelli

Il sogno di temPierino

Il sogno di temPierino

Addormentato dentro l’astuccio di Corrado, accanto al righello e alla gomma da cancellare, il temperamatite sognò di essere nel bosco ai piedi della grande montagna. Ed ecco che nel sogno gli si avvicinò uno gnomo barbuto!
«Che razza di animaletto sei?» gli domandò lo gnomo, non appena lo vide seduto sopra il tronco reciso di un albero.
«Non sono un animale. Sono un temperamatite, io! Il mio nome è temPierino» rispose il temperamatite, un po’ offeso per non essere stato riconosciuto.
«Ah si? E che cos’è un temperamatite?» chiese ancora lo gnomo.
«Come sarebbe a dire che cos’è un temperamatite? Un temperamatite, o temperino – come lo chiamano i bambini – è un oggetto indispensabile, che serve ad appuntire le matite colorate. Non hai mai usato le matite colorate, tu?»
Lo gnomo si grattò la barba dubbioso.
Poi, dopo averci pensato sopra ancora per un attimo, dichiarò:
«No, personalmente non ho mai usato delle matite colorate. Anche perché noi gnomi adoperiamo i nostri cappelli magici, sia per disegnare che per fare tutto il resto. O perlomeno….» e lo gnomo abbassò lo sguardo, pieno di vergogna, «io adoperavo il mio, prima di avergli morsicato la punta in un momento di rabbia».
TemPierino fissò il cappellino di corteccia rossa a forma di cono, che lo gnomo indossava pur con la punta smozzicata.
«Se è solo una questione di punta, posso aggiustartelo io!» propose all’improvviso. «Ho sempre desiderato far la punta a qualcosa di diverso dalla solita matita e il cappello di uno gnomo è proprio quello che mi ci vuole per incominciare».
«D’accordo! Se ritieni di essere capace…» approvò lo gnomo, togliendosi il cappello dalla testa e consegnandolo all’intraprendente temperamatite. «Questo è il mio berretto. Comincia pure ad appuntirlo!»
Senza perdere tempo, temPierino si infilò in bocca il cappello dalla parte della punta e… cricchete, crocchete, lo avvitò su se stesso finché la punta di corteccia non fu bell’e che temperata!
«Vedi? È tornato come nuovo» annunciò quindi allo gnomo, mentre gli riconsegnava il cappello.
Lo gnomo barbuto si rigirò il cappello tra le mani.
«Hai fatto davvero un ottimo lavoro!» esclamò soddisfatto. Una punta così aguzza il mio cappello non ce l’ha mai avuta. Chissà quante magie mi aiuterà a fare d’ora in avanti! Ma, dimmi… Che cosa posso fare per te, per ricompensarti del tuo lavoro?»
TemPierino guardò in alto, verso le nuvole che nascondevano la cima delle montagne, e disse:
«Mi piacerebbe che con la tua magia mi trasportassi fin lassù, sulla cima della grande montagna. Sai, dopo aver appuntito il cappello di un essere fatato, vorrei provare a far la punta a qualcosa che sia ancora più duro. Così ho pensato che la cima della montagna, erosa dai venti e dalle piogge, potrebbe per l’appunto servire alo scopo».
Detto fatto, e grazie al cappello magico dello gnomo, temPierino finì quindi sulla cima della grande montagna.
Allora, senza perdere tempo, si mise subito all’opera e in men che non si dica… cricchete, crocchete e cricchete, crocchete, la montagna si ritrovò con una punta aguzza come quando era appena nata.
Sbalordito per lo straordinario prodigio compiuto, lo gnomo si congratulò col temperamatite:
«Se non ti avessi visto temperare la punta con i miei occhi, non ci avrei mai creduto. Sei davvero un mago, temPierino! E adesso? C’è qualcos’altro che vorresti temperare, adesso?»
Gongolandosi per il complimento ricevuto dallo gnomo, temPierino guardò ancora più in alto, verso il cielo che si stava ormai riempiendo di stelle, e sussurrò:
«Oh sì che ci sarebbe! La vedi quella stellina lassù? Ecco, dopo aver reso aguzza la cima di una montagna, mi piacerebbe provare ad appuntire qualcosa che sia ancora più irraggiungibile! Sicché pensavo che quella stellina con le punte consumate a forza di brillare potesse fare proprio al caso mio».

tempierino

Poiché nessuna magia è impossibile per il cappello di uno gnomo, temPierino volò in un baleno a cavallo della stellina che aveva consumato le punte. Così, sentendo il cuore battere forte forte per la gioia, si diede da fare e… cricchete, crocchete, cricchete, crocchete e ancora cricchete crocchete – le punte delle stella sono assai più dure delle cime delle montagne! – iniziò a temperare. E temperò, temperò senza fermarsi, finché le cinque punte della stellina diventarono talmente aguzze, che persino la Notte si punse le dita sfiorandone una.

Driinnn!!! Il suono della campanella sveglio temPierino, che si ritrovò al solito posto, nell’astuccio di Corrado.
«Peccato! Era soltanto un sogno» sbuffò deluso, dopo essersi sgranchito per bene. «Ah, ma se oggi Corrado crede di far temperare le sue matite a me, che ho temperato nientemeno che il cappello di uno gnomo, la cima di una montagna, le punte di una stella….»
L’astuccio si aprì all’improvviso.
«La matita è spuntata» annunciò una voce di bambino, estraendo il temperamatite dall’astuccio e usandolo per temperare.
Crac!
«Uffa! Mi hai spezzato la punta un’altra volta. Sei il solito dispettoso, tu! Non per niente ti ho soprannominato temPierino» protestò Corrado, come se il temperamatite potesse capirlo. «Adesso con che cosa lo faccio il disegno? E pensare che mi era venuta un’idea strepitosa!»
TemPierino agguzzò le orecchie, perché non capitava spesso che il suo padroncino si entusiasmasse per un disegno.
«Proprio così, mi era venuto in mente un disegno bellissimo!» insistette a dire Corrado, tentando ancora di temperare la matita. «Il disegno di uno gnomo con il cappello a cono, che sta fermo ai piedi di una montagna alta e aguzza, illuminata da una spledida stella a cinque punte.»
A quelle parole, temPierino trattenne il respiro e decise che non era più il caso di ribellarsi.
“Aiutare Corrado a realizzare il suo disegna” pensò, mentre si impegnava a temperare la matita senza romperle la punta, “in fondo sarà un po’ come rendere vero il mio sogno!”

Un amore di gomma

Dopo mesi di silenzio, il mio blog Daparolanascecosa riprende le sue proposte.  Lo fa, iniziando con tre racconti tratti dal mio libro “Tre storie nell’astuccio”.

Un amore di gomma 

A Caterina disegnare piaceva eccome!
Il problema era un altro: Caterina non era mai soddisfatta di quello che aveva disegnato.
Disegnava la sua casa con le persiane spalancate e l’inseparabile gatto affacciato alla finestra, ma subito la cancellava.
«Non mi piace!» annunciava, prima ancora di mostrare il disegno alla maestra. «Con queste righe così storte, la casa somiglia a un fungo e il mio gatto non si adatterebbe mai ad abitare dentro un fungo!»
Disegnava l’automobile nuova fiammante, che papà aveva acquistato: la cancellava un secondo dopo.
«Le ruote non sono abbastanza tonde» dichiarava, nonostante la maestra cercasse di convincerla del contrario. «Come fa a guidare il mio papà, se l’auto ha le ruote quadrate?»
Disegnava se stessa, che teneva per mano il fratellino Gianluca: si cancellava, senza pensarci su.
«Uffa, che pasticcio! Mi sono disegnata con il collo da giraffa e la faccia da pesce bollito. Se vedesse il disegno, il mio gatto non mi conoscerebbe mai!» sbuffava spazientita. «Gianluca, invece… beh, lui è brutto anche nella realtà. Tanto vale lasciarlo così come l’ho disegnato!»
La maestra spesso lasciava correre, ma qualche volta rimproverava Caterina:
«Non ci siamo, Caterina! Non vedi che il tuo quaderno è stropicciato e pieno di cancellature?»
«Già! Non lo vedi?» le ripeteva a bassa voce  il quaderno, arcistufo di essere maltrattato a quel modo.
Caterina rispondeva di sì. Poi però tornava al banco e ricominciava da capo: disegnava, cancellava, ridisegnava, cancellava ancora.
Nell’astuccio, Caterina teneva un’intera scorta di gomme per cancellare. Aveva gomme da matita e gomme da inchiostro. Gomme dure, semidure, morbide, morbidissime. Gomme in tinta unita e gomme arcobaleno. Ce n’era persino una con la suoneria incorporata: bastava premerla sul foglio e la gomma suonava le note di un motivetto allegro.
Ma la gomma preferita da Caterina, dopo che il gatto vero aveva sostituito una gomma-gatto provvista di baffi e coda, era una gomma rosa a forma di pecora il cui nome era Priscilla.
Tra le mani di Caterina, Priscilla cancellava segni di matita a destra e a sinistra, di sotto e di sopra, lasciandosi dietro una scia profumata molto simile all’odore delle fragole mature. Cancellava cose e persone, paesaggi e animali, senza lasciarsi scoraggiare nemmeno dai segni ricalcati sul foglio.
Finché un giorno Caterina non la obbligò a cancellare il pecoro Osvaldo.
Disegnato in fondo alla pagina al termine di un compito di aritmetica, il pecoro Osvaldo aveva il torto, secondo Caterina, di essere riuscito gobbo, strampalato e con un orecchio più lungo dell’altro.
«Un vero sgorbio, insomma!» era stato il giudizio inappellabile della bambina. «Non mi resta che cancellarlo con la mia gomma a forma di pecora»
Non appena il pecoro Osvaldo si vide caricare da Priscilla pensò:
“Per mille fulmini! Questa qui ha tutta l’intenzione di togliermi dalla circolazione”.
Pertanto, facendosi coraggio, la supplicò:
«Be-e-e-ella pecorina, cosa ti ho fatto di male perché tu mi cancelli? Risparmiami, ti prego!»
La sua invocazione ottenne il risultato sperato: Priscilla si inchiodò sulle zampe a due centimetri dal pecoro, provocando una piega irrimediabile sul foglio.
«Guarda che guaio hai combinato!» si arrabbiò Caterina. «Chi ti ha autorizzato a fermarti così di colpo?»
Ma la gomma non la sentì neppure. Era troppo occupata a contemplare Osvaldo, che la fissava a sua volta con un paio di occhietti strabici, traboccanti di gratitudine da sotto la zazzerina di lana.
Fu quello l’istante preciso in cui la pecora rosa capi di essersi innamorata? Chissà! Se non proprio quello, fu l’attimo successivo, allorché Osvaldo sfoderò a Priscilla un sorriso carico di promesse, come solo i pecori sanno fare.

UN AMORE DI GOMMA
Fatto sta che, quando il pecoro Osvaldo zampettò fuori dal foglio e scivolò giù dal banco, la gomma a forma di pecora non esitò a seguirlo, belando forte a Caterina:
«Addio, mia cara! Poiché il lavoro non è tutto nella vita, vado con Osvaldo a realizzare il mio sogno d’amore».
Una volta scesa dal banco, le due pecore si arrampicarono perciò lungo la parete ed uscirono dalla finestra incontro al loro destino, senza che la sbalordita Caterina potesse far nulla per trattenerle.
Se fu proprio la fuga d’amore della sua gomma preferita che convinse Caterina ad apprezzare di più i suoi disegni, nessuno può dirlo. È certo che da quel giorno Caterina si sforzò di usare la gomma solo nel caso in cui ce ne fosse davvero bisogno.
Prese anche una strana abitudine la nostra Caterina! Cominciò a disegnare prati su prati e a disseminarli un po’ ovunque, a casa e in classe, forse nella segreta speranza che Osvaldo e Priscilla decidessero di venire ad abitare in qualcuno di essi.