Archivio mensile:febbraio 2018

I capri ricci di Amanda – Capitolo I

Scarpe gialle, capelli di fuoco

Davanti alle scarpe nuove che la mamma le consiglia di provare, Amanda scuote la testa e annuncia risoluta:
«Quelle non le voglio! Io voglio le scarpe gialle con la fibbia che suona».
«Via, Amanda!» insiste la mamma. «Se non ti piacciono le scarpe con le stringhe, puoi sceglierne un altro paio con il velcro. Oppure queste qui, di vernice blu. Guardale! Non sono un amore?» La mamma prende le scarpe blu dallo scaffale e le porge alla piccola Amanda.
Le scarpe luccicano. Luccicano così tanto, che pare dicano: «Compraci, Amanda! Compraci!»
Ma Amanda è irremovibile:
«Ormai ho deciso. O le scarpe gialle o niente!»
«Le scarpe con la fibbia sonora sono l’ultima novità» spiega la commessa. «È la moda signora!»
«Sarà anche la moda, mia figlia però ha bisogno di un paio di comunissime scarpe blu da indossare a scuola» replica la mamma. «E tu, muoviti!» continua, rivolgendosi ad Amanda. «Prova le scarpe di vernice!»
Amanda gira il viso di lato e nello scatto il fermaglio che le trattiene i capelli in una coda si sgancia. Una cascata di riccioli rosso fuoco la trabocca giù dalle spalle.
«No e poi no, che non le provo!» ripete, incrociando le braccia sul petto.
In un ultimo tentativo, la mamma si china e fa per slacciarle una scarpa.
Ma Amanda si oppone, picchia il piede sul pavimento e, strillando con quanto fiato ha in gola, protesta:
«Se non mi compri le scarpe gialle, piuttosto vado scalza!»
Alla reazione di Amanda la commessa tossicchia imbarazzata, un ragazzino che sguazza in un paio di scarpe da tennis – tre numeri più della sua misura – ride, la mamma invece….
Beh, la mamma si sente ribollire di rabbia, perché non è la prima volta che Amanda si comporta in questo modo.
Cercando di controllarsi, raccoglie da terra il fermacapelli. Quindi si alza e risponde:
«D’accordo, monella! Siccome oggi non ho intenzione di cedere ai tuoi capricci, ce ne torneremo a casa senza comprare nulla».
Amanda tenta di ribattere, ma la mamma non gliene dà  il tempo.
Riconsegnate le scarpe di vernice alla commessa, la trascina per un braccio fuori dal negozio.

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Dopo un’ultima occhiata alle scarpe gialle esposte in vetrina, Amanda è costretta a salire in macchina. Più imbronciata che mai e con i riccioli di fuoco che le danzano intorno al viso, prende posto sul sedile posteriore.
«Legati i capelli, che così mi sembri una piccola strega!» le ordina allora la mamma, lanciandole il fermaglio.
Ohi, ohi! Quando la mamma la chiama piccola strega, significa che è molto arrabbiata. Amanda lo sa, e sa anche che è venuto il momento di dare un taglio ai capricci.
Eppure il capriccio di oggi non riesce a scrollarselo di dosso. Forse perché ci teneva proprio a possedere un paio di scarpe con la fibbia musicale, da mostrare a Valentina.
Valentina ogni mattina arriva in classe con una novità: il temperamatite che si accende di scintille, la gomma per cancellare che fa le linguacce… Per una volta Amanda avrebbe voluto essere lei a sorprendere Valentina con un paio di scarpe eccezionali.
Sta di fatto che adesso Amanda ignora il fermaglio. Anzi, si arruffa di proposito i riccioli ribelli e borbotta:
«No! I capelli non me li lego, perché non mi hai comprato le scarpe che volevo».
«Ascoltami bene! Quelle scarpe sono veramente ridicole» dice la mamma, fissando Amanda dallo specchietto retrovisore. «Pretendi che ti mandi a scuola a fare il pagliaccio?» Quanto ai capelli, bada che un giorno o l’altro non provveda ad accorciarteli con un paio di forbiciate!»
Ad Amanda le ragioni della mamma non interessano neanche un po’. Tanto meno la preoccupa la sua minaccia di tagliarle i capelli.
«Io le volevo lo stesso!» conclude perciò immusonita, da dietro i riccioli che le scendono sugli occhi.

I pastelli grigi di Streghetta

I pastelli grigi di Streghetta

Streghetta fissò i pastelli grigi nuovi di zecca, allineati nell’astuccio, e scosse la testa.
«Sei proprio sicura che non si possano aggiungere dei pastelli di un altro colore?» chiese alla mamma, mentre richiudeva l’astuccio. «In fondo mi accontenterei di un rosso e di un bel verde brillante».
«No, Streghetta! La regola della scuola parla chiaro: non sono ammessi altri colori, fuorché il grigio» rispose la mamma.
«Ma scusa, mammina! Che razza di regola è questa? E poi lo sai che io adoro i papaveri. Come li coloro i papaveri, se non ho i pastelli rosso e verde?»
La mamma smise di lucidare il manico della sua scopa volante e afferrò Streghetta per un braccio.
«Ascoltami bene!» ordinò con un tono di voce, che non ammetteva repliche. «Stai per frequentare la migliore scuola per streghe che esista. Hai forse intenzione di finire nei guai per due stupidi pastelli?»
«Oh no che non voglio! È solo che a me il colore grigio non piace neanche un po’».
«E allora vedi di fartelo piacere! Anche perché ormai stai diventando grande ed è tempo che tu impari una cosa: le streghe, quelle autentiche, vedono tutto il mondo colorato di grigio!»
Prima che Streghetta potesse ribattere, la mamma la issò a cavallo della scopa.
«È ora di andare adesso!» annunciò severa, mentre prendeva posto vicino alla figlia e indirizzava la scopa verso la finestra aperta. «A meno che tu non voglia arrivare in ritardo già il primo giorno di scuola, sarà meglio che ci sbrighiamo».
La scuola per streghe non poteva essere che grigia. Grigie erano le pareti, grigio il pavimento, grigi persino i banchi e le sedie. Era grigia anche la maestra: una vecchia strega sdentata, con una orribile verruca sul naso e un paio d’occhietti miopi, che si intravedevano appena dietro le lenti affumicate degli occhiali.
«La formula magica che imparerete oggi, ve la insegnerò più tardi. Intanto vorrei vedere come ve la cavate con i vostri pastelli» disse la maestra, subito dopo aver fatto l’appello. «Avanti. signorine! Perché non mi disegnate qualcosa di grigio?»
Venticinque piccole streghe si misero immediatamente all’opera e ben presto la classe fu invasa da una fitta nebbia grigia, perché era proprio la nebbia ciò che la maggior parte delle streghe aveva disegnato.
Soltanto Streghetta era rimasta indietro ed ora osservava i suoi pastelli nuovi, che erano tutti della stessa tonalità di grigio.
“Se almeno ci fosse un grigio più chiaro e uno più scuro… invece questi pastelli sono tutti uguali!” pensava perplessa, senza decidersi ad iniziare il disegno. “A meno che… ci sono! Darò a ciascun grigio un nome diverso!”
Soddisfatta dell’idea che aveva avuto, Streghetta prese i pastelli ad uno ad uno e, rigirandoseli tra le dita, bisbigliò: «Questo, per esempio, potrebbe essere un grigio-elefante. Quest’altro invece è un grigio-delfino. Riguardo a questo qui… sì, non ci sono dubbi: si tratta di un grigio-topo!»
Detto fatto, Streghetta disegnò un elefante e disegnò un delfino. Poi, quando li ebbe colorati per bene, completò il disegno aggiungendovi un topo campagnolo. Disegnò cioè le uniche cose che si potevano colorare con un pastello grigio-elefante, con un pastello grigio-delfino e con uno grigio-topo.
«Beh, nonostante siate grigi e a me il grigio non piaccia, siete sempre meglio della nebbia!» si consolò, non appena l’elefantino, il delfino, il topo presero vita come già era avvenuto per i nuvoloni di nebbia grigia disegnati dalle compagne. «Ehi! Ma che cosa fate adesso?»
Streghetta non credeva ai propri occhi.
All’improvviso ciascuno dei tre animaletti era salito in groppa ad un pastello grigio, che ora volava per la classe diffondendo attorno a sé una scia di colori.
Così il pastello grigio-elefante, cavalcato dall’elefantino, colorò il soffitto e le pareti con i gialli e i verdi della savana in cui vivono per l’appunto gli elefanti, mentre il pastello grigio-delfino lasciò le tracce dei colori del mare: blu, azzurro, turchese.
Solamente il pastello grigio-topo rimase immobile per un attimo, sospeso nell’aria. Quando però partì a razzoi con a bordo il suo topolino campagnolo, Streghetta fece una capriola per la contentezza: grazie al pastello stava fiorendo qua e là, tra le macchie degli altri colori, il rosso acceso dei papaveri che sono appena sbocciati!

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