Archivio mensile:marzo 2016

A come AMICO (in classe PRIMA)

Questo percorso, attuato con bambini di 5/6 anni, propone la verbalizzazione (qui trascritta) di sequenze narrative coerenti che abbiano come protagonisti alcuni  personaggi scelti.  I personaggi sono gli animaletti ricavati dal proprio nome.
Per il percorso ogni bambino dispone del proprio materiale scolastico (fogli, matite, pastelli pennarelli…)

Parole in pratica
Dopo che i bambini hanno scritto il  proprio nome su un foglio,  li invito a “trovarci dentro” un animaletto (tenuto conto che in molta della narrativa già approcciata i protagonisti sono spesso animali “umanizzati”):
«In ognuno dei vostri nomi è nascosto un cucciolo d’animale; questo cucciolo per oggi potrebbe diventare l’amico immaginario da stringere in un abbraccio – magari per confidargli un segreto! – o l’amico con cui vivere un’ avventura nel mondo della fantasia. Vogliamo scoprire insieme l’amico che si nasconde nei nomi Riccardo, Marco, Silvia, Luca, Michele, Federica e Gabriella…? Farlo è semplice. Basta dividere il nome in sillabe e sceglierne una, che diventa la sillaba iniziale dell’animale».
Aiuto i bambini uno per uno a dividere in sillabe il proprio nome, poi faccio cerchiare una sillaba col pastello di un colore (a scelta del bambino) che chiamiamo “colore dell’amicizia”.

Così nel suo nome, RIC-CAR-DO scopre un simpaticissimo RICCIO con gli aculei di gommapiuma («Così, se lo abbraccio, non mi punge»), mentre nel nome MAR-CO si nasconde un CONIGLIO che non ha paura di nulla («Io invece ho paura del buio e quando rimango a casa da solo!»). 
LU
CA è indeciso: non sa se scegliere un LUPETTO curioso, che mette il naso dappertutto, oppure un CANE con la coda magica («Gli basta agitarla e compare un bel gelato al cioccolato»!).
FE
-DERICA ha lo stesso problema di Luca. A lei infatti piacerebbe sia un FENICOTTERO rosa come quello che ha visto in un documentario alla tivù, che un cucciolo di RINOCERONTE albino.
Pensa che ti ripensa, Federica non sa proprio a quale dei due animali dare la preferenza. Allora interviene Riccardo che dice:
«Perché invece di un fenicottero o di un rinoceronte non scegli un
CAPRETTO che fa le capriole all’indietro? »
Quando è il suo turno, MI-CHE-
LE sceglie in un battibaleno.«
Nel mio nome c’è nascosta una
LEPRE!» grida, pieno di entusiasmo. «E questa lepre è cugina del coniglio di Marco».
Marco annuisce soddisfatto: anche lui e Michele sono cugini!
GA-BRI-EL-
LA si gratta la testa, pensierosa.
“Che animale può saltar fuori dal mio nome?” rimugina seria seria dentro di sé.
Poi però, sforzandosi un po’ di più,  anche Gabriella trova il suo animaletto. Si tratta di un
LAMA peruviano, che ha appena ricevuto una medaglia d’oro per aver vinto in una gara di sputo.
L’ultima che rimane è
SIL-VIA. Per quanto  si dia da fare, Silvia non conosce nessun animale che inizi con una delle due sillabe contenute nel suo nome.
A questo punto a Silvia non resta che una cosa da fare: anziché una sillaba sceglierà una singola lettera!
Le possibilità allora diventano davvero tante, perché nel nome della bimba può esserci una
SCIMMIETTA dispettosa, piuttosto che un IPPOPOTAMO appassionato di danza classica o una VOLPE canterina.
Non appena Silvia individua il cucciolo nascosto nel suo nome, Gabriella propone agli altri bimbi di disegnare ciascuno il proprio animaletto.
Si ottengono in tal modo sette personaggi, con i quali è possibile inventare tante storie di amicizia come quella raccontata da Riccardo e Silvia:
«C’era una volta una piccola volpe a cui piaceva cantare. A forza di cantare a squarciagola, un bel giorno la volpe si ritrovò con un terribile mal di testa. Per fortuna arrivò l’ amico riccio, che disse alla volpe se voleva riposarsi un po’, usando il suo corpo come cuscino. Dopo aver fatto un sonnellino sui morbidi aculei di gommapiuma del riccio, la volpe si svegliò così ben riposata, che il mal di testa era completamente scomparso». 

 

Adesso racconta tu!
Quale cucciolo d’animale si nasconde nel tuo nome?
E nel nome del tuo migliore amico?
Come sono questi due personaggi? (Prova a disegnarli!)
Come potrebbero dimostrarsi la loro amicizia l’un l’altro? (Prova a raccontare!)

 

Dal futuro capolavoro editoriale “La città delle talpe”

Da parola nasce cosa Dalla parola “golf” letta al rovescio, per esempio, nasce una storia sul flog, uno sport inventato che consiste nel lanciare una pallina fuori dalla buca (il golf diventa in questo caso uno sport bifronte!).
L’idea del flog come sport praticato dalle talpe è di mio figlio. Del resto, chi meglio di un animaletto abituato a vivere in gallerie sotterranee potrebbe cimentarsi in un gioco che è il contrario del golf?

Aggiungo che con questo brano mio figlio partecipò ad un concorso dal titolo “Fair Play – Fair Sport”, organizzato dall’Assessorato allo Sport della Provincia di Milano, e si classificò tra i vincitori.

talpa 3
Un talpa appena sbucata dalla tana, da  Focus Junior, 26 settembre 2012

Un colpo…e via! 

La talpa si sgranchì la robusta zampa anteriore, che avrebbe usato per lanciare la pallina fuori dalla buca.
«Lewis!» chiamò alle sue spalle l’allenatore. «Hai ripetuto gli esercizi preparatori, come ti avevo suggerito?»
La giovane talpa si voltò e arricciò ripetutamente il naso, per annusare l’inconfondibile odore di terra concimata che Tom, l’allenatore, si portava incollato alla pelliccia.
«Sì, credo di essermi allenato abbastanza!» rispose, annuendo con il musetto appuntito. «Ho cercato anche di lavorare sullo swing da conferire alla mia zampa al momento del tiro. Non sei stato tu ad insegnarmi che il flog è soprattutto questione di swing
«Certamente, figliolo! Persino gli uomini che giocano a golf,  uno sport esattamente opposto a quello che pratichiamo noi, lo sostengono: il movimento oscillatorio con cui si colpisce la palla, lo swing,  è di fondamentale importanza! Vedi, lo swing è parte di un giocatore. C’è qualcosa di unico e irripetibile nello swing di ciascuno di voi. Come se ognuno di voi trasferisse nello swing l’intero suo modo di essere».
«Adesso mi sembra che tu stia un po’ esagerando con questi tuoi discorsi filosofici!» dichiarò Lewis, tornando a concentrarsi sulla pallina lucida e liscia, bloccata al centro della buca.
«No, che non esagero!» ribadì l’allenatore senza scomporsi. «Il fatto è che voi giovani non capite che lo sport è una metafora della vita e lo swing, cioè lo stile che tu usi per lanciare la pallina, è lo stesso stile che adotti nelle circostanze della vita».
Quand’ebbe finito di parlare, il vecchio talpone, che aveva allenato Lewis fin da cucciolo, lasciò la galleria e tornò ad accomodarsi tra il pubblico.
Lewis allora sfiorò la pallina con le vibrisse umide e cominciò a far oscillare avanti e indietro la zampa simile ad una pala, che le altre talpe usavano esclusivamente per scavare gallerie sotterranee.
Mentre il pubblico gridava il suo nome, la giovane talpa si sentì rabbrividire. Erano ormai due anni che deteneva il titolo di campione di flog – lo sport talpesco, consistente appunto nello spingere una pallina di gomma indurita fuori da una buca e il più lontano possibile – eppure mai come in questa gara egli aveva avvertito tutta la responsabilità del suo gioco.
“Che mi prende?” si chiese Lewis, preoccupato. “In fondo mi sono allenato meglio delle altre volte, così mi basta un colpo e la pallina arriverà di sicuro più lontana di quanto riesca a lanciarla il mio avversario. Sì, un colpo…e via!” ripeté a se stesso, concentrandosi definitivamente sul colpo che avrebbe sferrato di lì a poco.
D’un tratto, in quell’ultimo swing, che avrebbe portato la palla oltre le bandierine e al di là degli ostacoli di sabbia e di acqua predisposti dai giudici di gara, Lewis vide scorrere alcuni momenti della sua vita e riprovò le stesse emozioni di allora. Il batticuore di quando Mary lo aveva baciato per la prima volta, per esempio. O la terribile paura che lo aveva assalito il giorno in cui aveva rischiato di essere catturato da un falco. E poi il senso di appagamento indescrivibile che lo pervadeva, allorché, interrogandosi al termine di una gara, poteva ammettere onestamente con se stesso di essere stato leale verso le regole del gioco e soprattutto nei confronti dell’avversario. Un avversario che – se lo era ripromesso fin dalla prima gara – aveva il dovere di rispettare come talpa, prima ancora che come flogghista.
“Il buon, saggio Tom ha ragione” pensò, inspirando a pieni polmoni come faceva sempre prima di colpire il bersaglio. “Nel mio swing c’è tutta la mia voglia di vivere la vita”.
Lewis chiuse gli occhi, poiché la vista non è certo quello tra i cinque sensi più usato dalle talpe. Poi, finalmente, la sua zampa unghiuta si scontrò con la superficie fredda della pallina da flog (o da golf, come preferivano chiamarla gli uomini). La palla sprizzò dalla buca e tutte le talpe presenti tesero le orecchie per seguirne la traiettoria.
«Avete sentito che stile?» squittì una talpa, che non si sarebbe persa una partita di flog per tutto l’oro del mondo. «Gli è bastato un colpo…e via!»
Tom, il vecchio allenatore con la pelliccia che puzzava di terra concimata, approvò con un sorriso sdentato:
«Sicuro, gli è bastato un colpo. Ma il suo è stato un colpo da campione!»