Archivio mensile:dicembre 2015

Il pastorello che tenne in braccio Gesù Bambino

Per comunicare il Natale, non solo a parole
Gesù

IL PASTORELLO CHE TENNE IN BRACCIO GESU’ BAMBINO

Quando Gesù venne al mondo…

Quando Gesù venne al mondo in una stalla dal tetto mezzo sfondato, non c’erano che il bue e l’asinello a riscaldare lui e la sua mamma.
Il bue era un vecchio inquilino della stalla, un po’ miope e acciaccato dall’età, che non aveva più la forza di tirare l’aratro e passava il tempo a ruminare davanti alla mangiatoia.
L’asinello invece apparteneva a Giuseppe ed era lo stesso che aveva portato in groppa Maria fino a Betlemme.
«Finalmente un posticino dove poter riposare le ossa! Per me, ma soprattutto per questa povera donna che sta per far nascere un bambino» aveva ragliato, entrando nella stalla. «Ehilà, compare!» aveva ragliato più forte, accortosi del bue. «È avanzato qualcosa nella mangiatoia?»
Dopo aver squadrato da capo a piedi i nuovi arrivati, il bue aveva scosso la testa, pensando:
“Tutti uguali. Occupano la mia stalla senza neanche chiedere il permesso e pretendono pure il vitto, oltre all’alloggio! Che sfacciataggine!”
Poi, dal momento che era abituato a dare ospitalità ai viaggiatori di passaggio, si era scansato per far posto all’asino.
«Mi sa che ti dovrai accontentare!» gli aveva muggito. «Ho soltanto due manciate di fieno e quattro carrube nella mangiatoia».
«Sempre meglio di niente! E in ogni caso non voglio approfittare della tua generosità: mi prenderò una manciata di fieno e due sole carrube».
L’asinello si era chinato a mangiare e il bue, che era rimasto ad osservarlo in silenzio, aveva dovuto ammettere di essere stato troppo frettoloso nel giudicare i forestieri.
“Mi sono sbagliato” aveva ruminato dentro di sé. “Non è vero che sono tutti sfacciati!”
Così, mentre in un angolo della stalla Maria, aiutata da Giuseppe, dava alla luce il figlio di Dio, il bue e l’asinello erano diventati amici.

Una coperta di tiepido fiato

Non appena Maria depose Gesù nella mangiatoia ormai vuota, il bue e l’asinello gli si strinsero attorno e si preoccuparono che non avesse freddo.
«Senti un po’» muggì il bue rivolto all’amico, «non sembra anche a te che la temperatura sia troppo rigida per un bambino neonato?»
«Per la verità stavo per dirti la stessa cosa. Brrr! C’è un’aria talmente gelida qua dentro, che mi si accappona la pelle» ragliò l’asino, rabbrividendo.
«E allora sai che si fa? Pensiamoci noi, con il nostro fiato, a riscaldare il piccolo Gesù!»
«La tua è davvero un’ottima idea. Aspetta, che mi faccio capire dal mio padrone!»
La bestia ragliò in direzione di Giuseppe e il buon falegname di Nazareth, che si era avvicinato a Maria per contemplare insieme a lei quel meraviglioso dono del cielo appena nato, comprese. Comprese le intenzioni dell’asinello e disse:
«Ho capito! Tu e quest’altro animale volete riscaldare Gesù. Vi siamo immensamente grati per il vostro aiuto. Non è vero, Maria?!»
Maria annuì sorridendo e anche il bambinello parve sorridere riconoscente. Sgranò gli occhi immensi sul muso dell’asinello e sollevò la mano come se volesse toccarlo.
«Forza, amico mio, diamoci da fare!» ragliò l’asinello. «Gesù è già tutto infreddolito».
Le due bestie sporsero le labbra ed alitarono sul piccino, finché non stesero su di lui e la sua mamma una coperta di tiepido fiato.

La notte dal nero mantello

Un po’ di fiato evaporò da uno squarcio aperto nel tetto, simile a un filo di fumo sottile. Il fumo si srotolò nell’aria e andò a sfiorare la Notte, che se ne stava a cavalcioni sopra il ramo di un albero e controllava che ogni cosa fosse immersa nel buio.
«Che strano! Un alito caldo mi ha sfiorato un piede. Che sarà mai?» esclamò la Notte.
Aguzzando la vista nell’oscurità, guardò in basso, verso i suoi piedi, e scorse il filo di fumo. Allora si piegò ad afferrarlo e se lo portò al naso per annusarlo.
“Mmm…odora di fieno e di stalla” concluse tra sé. “Mi conviene seguirlo e vedere da che parte arriva”.
Con uno scatto la Notte aprì il suo mantello nero e spiccò il volo dall’albero. Volò a ritroso lungo il tragitto del fumo, fino al tetto mezzo sfondato della stalla.
«Ci sono! Il fumo esce da qui» mormorò, atterrando sul tetto.
Incuriosita, la Notte spiò dallo squarcio e nella stalla li vide. Vide un uomo, una donna e un bimbo piccino. Vide un bue e un asinello che stendevano sul bambino e sulla sua mamma una coperta di tiepido fiato.

La stella più bella

Così la Notte, sfiorata appena dal fiato del bue e dell’asinello, seppe che Gesù era nato e immediatamente decise che non sarebbe rimasta con le mani in mano.
«Non posso lasciare tutto quanto immerso nell’oscurità» dichiarò eccitata. «Sceglierò la mia stella più bella e la accenderò in un momento. Poi la appenderò nel cielo ad indicare la via».
Senza perdere tempo, la Notte frugò nella borsa che portava a tracolla e ne estrasse una stella cometa, chiamata affettuosamente Stellina.
«Tocca a te, Stellina, illuminare il buio di questa magica notte!» le disse, pizzicandola sulla coda per darle fuoco.
La stella si accese in un baleno e, siccome le capitava raramente di abbandonare la borsa della Notte – trattandosi di una stella adatta ad occasioni molto importanti – chiese stupita dove si trovasse e perché fosse stata accesa.
«Sei nel cielo di Betlemme» le rispose la Notte. «E sto per appenderti sopra la stalla in cui è venuto al mondo il figlio di Dio».
«Sul serio?!»
Emozionatissima, Stellina dimenò la coda per accendersi ancora di più e, quando raggiunse l’apice del suo splendore, si lasciò collocare laddove la Notte aveva stabilito.
«Non mi muoverò da quassù!» proclamò, piena di orgoglio per il compito assegnatole. «Farò da sentinella al bambino e rischiarerò il cammino a quelli che verranno ad adorarlo».
La Notte sorrise e, soddisfatta di sé, aprì il suo mantello e ritornò a cavalcioni sull’albero.

Stellina e gli angeli cantori

Anche la stella, pizzicata dalle dita della Notte, fu così informata che Gesù era nato e, mentre ardeva instancabile sopra il tetto mezzo sfondato della stalla, non vedeva l’ora che arrivasse qualcuno, per comunicare a sua volta il lieto evento.
A furia di aspettare, qualcuno finalmente arrivò. Erano tre angeli cantori che, giunti in vicinanza della stalla, si fermarono a provare un canto imparato da poco.
«Dobbiamo esercitarci, prima di cantare alla presenza dei pastori» affermò quello che sembrava il capo. «Dai, Malachìa, attacchiamo! E tu, Joel, accompagnaci con l’arpa!»
«Come vuoi, Uriele! Siamo pronti».
Non appena la stella cometa scorse i tre angeli che intonavano il Gloria a Dio nell’alto dei cieli, cercò di attrarre la loro attenzione.
«Angioletti, angioletti!» chiamò a gran voce. «Ascoltate! Ho da svelarvi un avvenimento straordinario».
La stella si sgolava, ma, per quanto si sforzasse, Uriele, Malachìa, Joel non la udirono. Allora provò a sprizzare scintille dai capelli, che aveva lunghissimi e d’oro, ma non funzionò neppure tale espediente: i tre angeli continuarono il canto.
«Ebbene, se non mi riesce di farmi ascoltare e di farmi vedere, mi farò sentire in un’altra maniera» dichiarò la cometa ostinata. «bacerò i tre angeli in fronte, ecco che cosa farò! A quel punto dovranno per forza darmi retta».
Ciò detto, Stellina inviò con la mano tre dei suoi fulgidi baci e ognuno di questo schioccò sulla fronte di un angelo, che all’istante cessò di cantare.
«Che schiocco e che bagliore!» esclamò Uriele per primo.
«Mi sento quasi stordito!» aggiunse Malachìa.
«E io anche abbagliato!» gli fece eco Joel. «Ma che cosa è stato?»
«Ci ha baciati in fronte una stella» spiegò Uriele. «Guardate! È lassù. È quella stella cometa».
I tre angeli alzarono gli occhi verso la stella, che li rimproverò bonariamente:
«Era ora! Ce n’è voluta, perché vi accorgeste della mia presenza. E sì che non mi pare di essere poco appariscente!»
«Oh no! Sei appariscente e anche molto, molto bella» rispose Uriele. «Se non ci siamo accorti di te, è perché eravamo troppo impegnati a cantare. Scusaci!»
«Certo, certo…L’ho capito che eravate completamente assorti nel canto. Un canto magnifico che non avrei mai osato interrompere, se non avessi avuto da comunicarvi una grande notizia».
«Quale notizia?» domandò curioso Malachìa.
«È successo qualcosa che noi non sappiamo?» aggiunse Joel, saltellando impaziente.
«Altroché, angioletti! La vedete la stalla che sto illuminando, quella stalla laggiù dal tetto mezzo sfondato? Dovete sapere che in quella stalla, dove un bue e un asinello hanno steso una coperta di tiepido fiato, è venuto al mondo…»
Stellina prese tempo, in modo da creare un pizzico di attesa.
«…è venuto al mondo il Bambino Gesù» disse infine, gongolandosi per il fatto di essere stata lei a informare le tre creature celesti di un avvenimento così eccezionale.
Uriele, Malachìa, Joel si scambiarono un’occhiata d’intesa. Naturalmente loro erano già stati avvisati che Gesù era nato – non per niente stavano provando il Gloria da cantare ai pastori – tuttavia, per non deludere la stella, fecero finta di essere all’oscuro di tutto.
«È una notizia davvero importante, cara stella cometa!» esclamò Uriele.
«È vero! E meno male che ce l’hai rivelato tu, altrimenti chissà quando l’avremmo saputo che Gesù è nato stanotte in una stalla di Betlemme!» confermò Malachìa, strizzando l’occhio al compagno.
«Ah, stella cometa!» intervenne Joel. «Puoi star certa che d’ora in avanti sarai ricordata come la stella del Natale».
Stellina, fuori di sé per la contentezza, brillò come non le era mai successo.
«Beh, ecco… Io non ho fatto che il mio dovere ad avvisarvi» tentò di schermirsi. «Del resto una notizia simile va diffusa al più presto. Non siete d’accordo?»
«Ma sicuro!!!» ribadirono gli angeli in coro. «Tant’è vero che adesso ci affretteremo ad annunciala ai pastori. Arrivederci, stella cometa, E grazie!»
«Arrivederci, angioletti!» salutò Stellina. «Spiegatelo ai pastori: ci sono qua io a rischiarare la via».
I tre angeli se ne andarono e, mentre si allontanavano, si bisbigliavano l’un l’altro:
«Visto com’era orgogliosa la stella di informarci della nascita di Gesù? Come facevamo a dirle che noi lo sapevamo già?»

La gioia di Amos

Così Uriele, Malachìa, Joel, i tre angeli baciati in fronte dalla stella cometa, arrivarono nel luogo dove alcuni pastori avevano piantato le loro tende.
Presso l’accampamento tutti dormivano. Tutti, tranne Amos, il nonno del piccolo Beniamino, che era di turno per far la guardia al gregge.
«Avvisiamo per primo quell’anziano pastore» propose Uriele, vedendo Amos che sedeva sveglio, appoggiato al dorso di una pecora. «Ci penserà poi lui a svegliare gli altri».
«Va bene!» approvarono Malachìa e Joel.
Subito dopo i tre angeli comparvero dinanzi al pastore, lo avvolsero di luce e, con grande dolcezza, gli dissero:
«Non aver paura di noi! Siamo venuti ad annunciarti una grande gioia».
Lì per lì Amos si spaventò moltissimo e per la paura non comprese il messaggio degli angeli. Soltanto quando la luce che lo aveva avvolto gli penetrò nel cuore, capì il senso delle loro parole. Allora si sentì traboccare di una felicità mai provata prima.

 

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Una missione per Zelda

Fu dunque questo il modo in cui un anziano pastore, il pastore avvolto dalla luce dei tre angeli, ricevette l’annuncio che Gesù era nato.
Un istante dopo aver appreso l’annuncio, Amos aveva già smesso di aver paura degli angeli ed ora si rivolgeva a Uriele, Malachìa e Joel con grande confidenza.
«Vi prego, angeli miei!» li supplicava. «Permettete che sia mio nipote Beniamino a svegliare gli altri pastori per avvisarli di questo evento straordinario. Sapete, lui è il più piccino di tutti, l’ultimo arrivato… Una tale responsabilità servirebbe a conferirgli più fiducia in se stesso».
«Come vuoi, Amos!» acconsentirono i tre angeli. «Avevamo giusto in mente una cosa del genere».
Ottenuta l’approvazione dei messaggeri celesti, il pastore si rivolse alla pecora che gli era servita da cuscino e le gridò, arruffandole il pelo:
«Zelda, Zelda! Presto, corri da Beniamino e raccomandagli di venire subito qui! Devo dirgli che il figlio di Dio è sceso tra noi».

Sveglia, Beniamino!

Nell’udire che Gesù era nato, la pecora accarezzata dall’anziano pastore non si fece ripetere l’invito e lesta zampettò sotto la tenda dove dormiva Beniamino.
«Sveglia, Beniamino! Sveglia!» belò, solleticando il pastorello con il muso. «Tuo nonno ti chiama. Vuole riferirti di persona che Gesù è nato in una stalla qui vicina».
«Chi è che mi fa il solletico?» protestò il pastorello, sollevando una palpebra appesantita dal sonno .«Ah, sei tu! E dai, Zelda, lasciami dormire! Sono stanco morto» mugugnò tra i denti, prima di voltarsi dall’altra parte.
«Ma come? Non hai sentito ciò che ti ho detto?» belò ancora la pecora, insistendo a stuzzicare Beniamino. «È nato Gesù! È nato Gesù!»
A questo punto il pastorello spalancò gli occhi di colpo e balbettò turbato:
«Non mi starai mica prendendo in giro, eh?!»
«No, che non ti sto prendendo in giro!» ribatte la pecora offesa. «E comunque, se non mi credi, non ti resta che alzarti e venire da tuo nonno. Insieme a lui ci sono tre angeli, che non impiegheranno molto a convincerti!»

La profezia si è avverata

Saputo con certezza che Gesù era nato, il pastorello solleticato dal muso della pecora Zelda tornò presso le tende e cominciò a chiamare gli altri pastori.
«Svelti, in piedi!» strillava. «La profezia di cui parlava mio nonno s’è avverata. È venuto al mondo Gesù! Gesù è tra noi: andiamo alla stalla!»
I pastori, ancora insonnoliti, uscirono dalle tende e domandarono preoccupati:
«Perché ci hai svegliati, Beniamino? Qualche bestia feroce ha forse assalito le nostre pecore?»
«Ma no! Ma no!» ripeteva esultando il pastorello. «Tre angeli del cielo hanno appena annunciato al nonno che Gesù è nato».
I pastori si guardarono perplessi, ma proprio in quell’istante risuonò nell’aria il canto degli angeli:
«Gloria a Dio nell’alto dei cieli  e pace in terra agli uomini che egli ama».
«Beniamino ha ragione!» si persuase allora la maggior parte di essi. «Sentiamo che cos’ha da dirci il vecchio Amos, poi rechiamoci al più presto ad adorare Gesù!»
E così, dopo aver ascoltato anche Amos ed essersi messi d’accordo, i pastori partirono con le loro greggi.
Arrivati alla stalla dal tetto mezzo sfondato, vi entrarono in fila l’uno di seguito all’altro.
Poiché era rimasto indietro ad aiutare il nonno che si reggeva a stento sulle gambe, il piccolo Beniamino entrò per ultimo, quando tutti i pastori erano ormai affollati intorno alla mangiatoia.
“Avrei voluto starci io davanti! Sono talmente basso, che da qua in fondo non mi riesce di vedere nulla!” si rammaricò dentro di sé. ” Pazienza! Aspetterò il mio turno per contemplare come si deve il Bambino Gesù”.
Ma ecco che d’un tratto Maria ebbe bisogno d’aiuto e, scrutando tra la folla dei pastori, intravide Beniamino nascosto dietro tutti.
«Ascolta, pastorello!» gli si rivolse allora, dolcissima. «Sì, proprio tu là in fondo! Mi faresti un piacere? Terresti in braccio mio figlio per un momento?»
Beniamino non riusciva a credere che una simile fortuna capitasse proprio a lui. Fissò prima il nonno poi i pastori, che si facevano da parte per lasciarlo passare e intanto lo incoraggiavano:
«Vai, Beniamino! Chi meglio di te, che ci hai avvisati di questo prodigio, potrebbe avere l’onore di prendere in braccio il piccolo Gesù?»
Pallidissimo per l’emozione, Beniamino si fece avanti e tese le mani ad accogliere Gesù Bambino. Quando l’ebbe in braccio, lo guardò con amore e, stringendolo forte al cuore, lo cullò teneramente.
Avvenne così che in quella Notte Santa un umile pastorello ottenne un privilegio grandissimo.
Sì, proprio lui, Beniamino, il pastorello che fu solleticato dal muso di una pecora, che fu accarezzata da un vecchio pastore, che fu avvolto dalla luce di tre magnifici angeli, che furono baciati dalla stella cometa, che fu pizzicata dalle dita della Notte, che fu sfiorata dal fiato del bue e dell’asinello, che stesero sulla mangiatoia una tiepida coperta… lui in persona ottenne il privilegio di stringere tra le braccia Gesù Bambino.

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Testo di Rosalia Mariani, illustrazioni di Franca Trabacchi